Il suicidio assistito in Lombardia ora si chiama “Mma”

Il regolamento della Regione per le procedure di “morte medicalmente assistita” ha introdotto un acronimo. Che compie la solita operazione culturale: far sparire la realtà
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June 9, 2026
Il suicidio assistito in Lombardia ora si chiama “Mma”
Una seduta del Consiglio regionale della Lombardia, al centro il governatore Attilio Fontana
La Regione Lombardia ha recentemente promosso un regolamento per disciplinare le procedure di suicidio assistito sul proprio territorio, in attesa che il Parlamento vari una legge nazionale. È un testo che fa riflettere, ma a colpire da subito, ancor prima dei dettagli, è una precisa scelta di parole. Il documento, infatti, stabilisce che il termine più appropriato da utilizzare non sia “suicidio assistito” bensì l’acronimo Mma: Morte medicalmente assistita.
Si tratta di una scelta non nuova in bioetica: nascondere dietro una sigla asettica una procedura estremamente problematica sul piano esistenziale e morale. Parliamo dell’atto con cui un paziente, in condizioni cliniche drammatiche, viene autorizzato a porre fine alla propria vita iniettandosi un farmaco letale che gli viene fornito dai medici: questa è la sostanza dell’assistenza indicata dall’acronimo. Sostituire il termine “suicidio” con “Mma” serve a non dire esplicitamente ciò di cui si sta parlando.
In questo modo, infatti, si confonde l’assistenza doverosa a chi sta morendo – il prendersi cura del malato quando la medicina riconosce i propri limiti senza sfociare nell’accanimento clinico – con un atto che segna invece il fallimento di una medicina incapace di scoprire il valore della cura al di là della guarigione.
Il suicidio – per quanto le sentenze della Corte costituzionale e parte dell’opinione pubblica lo considerino una scelta soggettiva legittima – è sempre in sé un atto estremo che di fatto segna il fallimento del processo di assistenza e che è difficile non considerare espressione di una radicale disperazione o insoddisfazione nei confronti della propria esistenza.
Il problema, però, non è solo la volontà di non chiamare le cose con il loro nome ma quello di confondere situazioni drammatiche che dovrebbero restare ben distinte. Il gioco delle sostituzioni linguistiche non finisce qui. Per riferirsi all’eutanasia il documento ricorre, infatti, per due volte all’espressione «somministrazione eterologa» del farmaco letale, sulla base di un cortocircuito semantico con cui si usano termini presi in prestito dal campo della generazione della vita (come la fecondazione eterologa) per descrivere, al contrario, la sua soppressione.
Oltre a queste strategie linguistiche, l’attenzione cade anche sul richiamo a una recente sentenza della Corte costituzionale finalizzata a escludere che la legittimazione in certe condizioni del suicidio assistito finisca per far venire meno l’impegno a realizzare «concrete possibilità di accedere alle cure palliative», nella misura in cui proprie queste rappresentano, se davvero garantite, la vera risposta alla possibile disperazione di chi soffre. I giudici della Corte riconoscono in questo modo il rischio che l’introduzione nel welfare di forme di suicidio assistito ne determini la sua stessa decostruzione e finisca con il creare un implicito stigma nei confronti delle persone che si trovano in situazioni analoghe a chi ha i requisiti per chiedere il suicidio assistito ma che invece vogliono continuare a vivere, nel pieno diritto di un’assistenza efficace e globale.
In ogni caso, la realtà è dura da nascondere e la parola suicidio torna inevitabilmente nelle pagine del testo. Al punto 5 si legge infatti l’invito a «evitare pressioni suicide». Una preoccupazione legittima, che diventa però un campanello d’allarme quando, a pagina 6, si specifica che il collegio chiamato a valutare le domande di suicidio assistito può richiedere un supplemento di indagine allo scopo di evitare “pressioni suicide” «(quando cure o sostegni sociali sono disponibili)», sulla base di un’aggiunta tra parentesi che di fatto rischia inavvertitamente di dire quanto non sia per nulla scontata nel nostro welfare la presenza di cure e di sostegni sociali – sebbene proprio Regione Lombardia possa vantare il numero di hospice e unità di cure palliative più alto del nostro Paese.
Molto si potrebbe ancora dire di questo documento, a cominciare dal tema dell’obiezione di coscienza che si lascia giustamente al personale medico, anche se di per sé non se ne vede il motivo se si trattasse davvero soltanto di assistere chi muore e di evitare somministrazioni eterologhe di farmaci letali.
Perché al di là delle sigle, e forse degli eufemismi, il rischio è di perdere il contatto con la realtà del dolore e della sofferenza e con i doveri di una società che, prima di regolamentare la morte, dovrebbe garantire a tutti il diritto di non essere lasciati soli nei tempi lungi della malattia, della sofferenza e della disabilità.
Alessio Musio è ordinario di Filosofia morale, membro del Direttivo del Centro di Ateneo di Bioetica e Scienza della Vita-Università Cattolica

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