Alessandra, vittima di femminicidio, rivive nel suo dono di cinque organi
di Giuseppe Russo, Catania
Aveva scelto la donazione, ora la sua vita strappata dal marito che l’ha uccisa scorre nelle persone che hanno ricevuto il suo dono. E la tragedia di Misterbianco (Catania) apre alla speranza, nel nome della vita

Le fiamme delle candele danzano nel silenzio di Belsito – quartiere della periferia di Misterbianco, nell’hinterland catanese – dove la comunità parrocchiale di San Massimiliano Kolbe ha scelto la preghiera per rispondere all’orrore. Non è un corteo di protesta, né una manifestazione alimentata dalla rabbia dei social, che spesso spargono veleni indicando il mostro di turno. È un Rosario meditato, una processione che cerca un senso cristiano nel vuoto lasciato da una tragedia che ha scosso nel profondo la provincia etnea. In testa alla fila ci sono i volti di gente che non vuole arrendersi alla logica del male, ma che cerca di abitare il dolore con la dignità della fede.
La cronaca riporta alla notte tra il 30 e il 31 maggio quando Alessandra Bruno, 49 anni, è stata aggredita mortalmente dal marito all’interno della loro abitazione. La donna è spirata l’1 giugno presso l’ospedale Garibaldi Centro di Catania, nonostante i tentativi disperati dei medici di salvarla. Un episodio di femminicidio che ha lasciato quattro figli costretti a fare i conti con un doppio strazio: la perdita della madre e l’immagine di un padre in carcere. In questo scenario, il parroco don Roberto Interlandi ha offerto una prospettiva che scava oltre l’indignazione superficiale. Di fronte al mistero dell’iniquità, gridare un “no” generico non basta. Serve avere «Qualcuno a cui domandare», portando lo sconcerto e la paura davanti a un Tu che può accogliere l'inadeguatezza umana. «Si può gridare un “no” rivolto all'astratta generalità di destinatari senza volto – ha spiegato Interlandi nell’introduzione al momento di preghiera –, oppure si può gridare un “no” a un volto preciso, a quel Dio che ha fatto tutte le cose». È l’invito a non restare isolati nel sospetto, ma a riscoprire la preghiera come gesto più autentico di fronte al Male.
Proprio da questo abisso di sofferenza è germogliato un segno di speranza concreta. Alessandra, al momento del rinnovo della carta d’identità, aveva espresso la volontà di donare i propri organi. Una scelta d’amore che la figlia maggiorenne ha confermato con coraggio nel momento più buio. All’Unità di Rianimazione del Garibaldi, dopo oltre 48 ore di impegno ininterrotto dei sanitari, il prelievo multiorgano è stato portato a termine. Grazie a questo dono di Alessandra, cinque persone tra la Sicilia e altre regioni hanno ricevuto una nuova possibilità di futuro. Si può trasformare misteriosamente la Croce in una risurrezione, ricalcando il sacrificio del titolare della parrocchia, san Massimiliano Kolbe, che diede la vita per un padre di famiglia ad Auschwitz. I frutti del “dono” di Alessandra dicono che la morte non ha l'ultima parola: anche dalla tragedia più nera, l'amore può far rifiorire la vita.
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