Utile l'IA in medicina se non cancella l'ascolto

di Giampaolo Ghilardi
Nella relazione con il malato serve vicinanza, anche se i monitoraggi sono a distanza. Perché un sensore può indicare un valore alterato, ma non coglie la paura e il bisogno di essere accompagnato del paziente
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July 21, 2026
Utile l'IA in medicina se non cancella l'ascolto
/ IMAGOECONOMICA
Che cosa significa essere vicini a una persona malata? Per secoli la risposta è sembrata ovvia: condividere lo stesso spazio, entrare nella sua stanza, prenderle la mano. Oggi, però, la medicina sta cambiando. Televisite, monitoraggi a distanza, dispositivi intelligenti e intelligenza artificiale consentono di seguire molti pazienti senza che medico e malato si trovino nello stesso luogo. Viene allora spontanea una domanda: la tecnologia ci allontana dalla cura o può diventare una nuova forma di prossimità?
Peraltro, se ci si pensa, il ritornare a essere curati a casa anziché in ospedale, non è necessariamente un’involuzione o un peggioramento. L’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle malattie croniche e la carenza di personale sanitario rendono sempre più difficile garantire una presenza continua nei luoghi di cura classici. La telemedicina nasce anzitutto da questa esigenza: permettere alle persone più fragili di essere curate nella propria casa, evitando ricoveri inutili e assicurando una maggiore continuità assistenziale. Sarebbe un errore guardare a questi strumenti soltanto con sospetto. Grazie alle tecnologie digitali, oggi è possibile intercettare precocemente un peggioramento clinico, seguire il decorso di una terapia e mantenere un contatto costante con pazienti che, altrimenti, rischierebbero di sentirsi abbandonati.
Eppure, la questione decisiva non è tecnologica, ma profondamente umana. Monitorare non significa ancora accompagnare. Un sensore può rilevare un valore alterato, ma non coglie la paura di chi vive una malattia; un algoritmo può segnalare un rischio, ma non sostituisce lo sguardo di chi comprende la storia di una persona. La cura non consiste soltanto nel raccogliere dati: nasce dall’incontro tra una competenza professionale e una vulnerabilità affidata.
Per questo la prossimità non coincide semplicemente con la vicinanza fisica. Si può essere presenti anche a distanza, quando una relazione continua fa sentire il paziente ascoltato, seguito e sostenuto. Al tempo stesso, si può essere lontani pur condividendo la stessa stanza, se il rapporto si riduce a una prestazione impersonale. La tecnologia, dunque, non elimina la relazione: la mette alla prova, chiedendoci di ripensarne le forme.
La vera sfida è evitare che la telemedicina si trasformi in una medicina della sola sorveglianza. La persona non ha bisogno soltanto di essere controllata: ha bisogno di sapere che qualcuno si prende cura di lei. È qui che diventa decisivo il ruolo dei medici, degli infermieri, dei caregiver, delle famiglie e delle comunità. La tecnologia può rendere la loro presenza più continua ed efficace, ma non può sostituirne la responsabilità.
La parola “prossimità“ rischia di essere fraintesa. Non indica semplicemente una distanza da colmare, ma un modo di stare accanto all’altro. Nella tradizione umanistica e cristiana, farsi prossimi significa lasciarsi interpellare dalla vulnerabilità di chi soffre, riconoscerlo come persona prima ancora che come paziente. È un movimento di uscita da sé, che precede ogni gesto tecnico. Per questo la cura inizia dall’ascolto. Solo chi ascolta può comprendere ciò che nessun dispositivo è in grado di registrare: le paure, le attese, il bisogno di essere accompagnati.
La telemedicina può rendere più tempestivo il monitoraggio, ma non può sostituire quell’atto originario del farsi prossimo da cui ogni autentica cura prende avvio.
Vicini, dunque, si dice in molti modi. La distanza non si misura soltanto in chilometri, ma nella qualità della relazione che siamo capaci di costruire. Una sanità davvero digitale sarà anche più umana se saprà usare l’innovazione non per sostituire la prossimità, ma per renderla più ampia, più stabile e più capace di raggiungere chi oggi rischia di restare solo.
Filosofo, Università Campus Biomedico - Roma
Consigliere Scienza & Vita

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