In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito».
Ecco, è quel “lasciar andare” che mi piace. Lasciar andare l’altro che mi ha ferito, che ha cercato di imbrogliarmi, che mi ha tradito, è come il restituirgli la libertà e restituirla anche a me, che sono stato deluso e me ne sto lì a covare il mio rancore. Lo vediamo sempre così quell’altro, come se la sua colpa fosse diventata la sua unica identità, la sua faccia definitiva, l’irrevocabile sua forma. Saper riconoscere che invece l’altro non è “solo” il male fatto, non è “tutto” il suo errore, vuol dire riconoscergli la possibilità di essere più grande, di essere “di più” di quell’errore. Significa in fondo non imprigionarlo nella gabbia della sua colpa. E significa anche permettermi di uscire da quella gabbia in cui non faccio altro che nutrire la mia vendetta, di raccontarmi all’infinito la storia del torto subìto, di smettere di alimentare quella ferita. In fondo di restare nel passato, lasciando che il rancore, la rabbia, il dolore induriscano il mio volto e il mio cuore. Ecco, posso scegliere ciò che il passato diventerà dentro di me, il peso che avrà sulla mia vita futura. Pietro chiede un numero, Gesù gli risponde che è ora di smetterla di fare i conti, spacca in mille pezzi le nostre calcolatrici, butta all’aria la puntigliosa contabilità in cui siamo bravissimi. Come se noi, invece, fossimo infallibili. Con l’adultera, con Zaccheo, con la samaritana, Gesù non è stato lì a rinfacciare i loro sbagli, ma ha reso possibile un futuro, ha cambiato la direzione dei loro passi, ha aperto una porta, li ha liberati. E chiede anche a noi di essere liberi, di vivere una vita che non sia tutta un registro di debiti, in cui le ferite non avranno più il potere di decidere per noi, una vita in cui impareremo a “lasciar andare” l’altro dal tribunale della nostra mente. Non perché il male non sia accaduto, ma perché ho scelto di non farlo proseguire attraverso di me, di non farlo diventare una triste eredità. Lasciar andare non vuol dire cambiare il passato o mettere una pietra sopra alla ferita, ma cambia, eccome se cambia, tutto ciò che accadrà da quel momento in poi. Quel servo perdonato ma incapace di perdono, non aveva capito che, nella logica smisurata di Dio, ciò che può sembrare una sconfitta o un perdere, in realtà è solo uno sconfinato guadagno.
(Sir 27,33-28,9;Sal 102; Rm 14,7-9; Mt 18,21-35)
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