La catena della storia e la corresponsabilità: nel bene e nel male
Otto settembre. Nessun male si compie da solo. Ciascuno di noi è chiamato a spezzare la catena del male. E a far crescere la catena del bene

Oggi è l’8 settembre. Una data carica di ricorrenze e di significati.
La memoria torna a un ufficiale che corre al telefono di una drogheria. Ha appena visto i suoi artiglieri falciati dalle mitragliatrici di quelli che, fino al giorno prima, erano alleati. Chiama il Comando. E pronuncia una delle battute più tragiche del nostro cinema: «i tedeschi si sono alleati con gli americani».
È il sottotenente Alberto Innocenzi. È Tutti a casa, il capolavoro che Luigi Comencini gira nel 1960 con un Alberto Sordi ispirato. È l'8 settembre 1943.
Non si tratta di una gag quanto piuttosto di un affresco ben riuscito. Efficace nella sua essenzialità. Il sottotenente Innocenzi non mente. Semplicemente non capisce. Il mondo gli si è rovesciato addosso. Ma lui continua a leggerlo con la grammatica del giorno prima. Attorno a lui un esercito si dissolve, un re fugge, i comandi ammutoliscono. E ciascuno, non sapendo più a chi rispondere, decide di non rispondere più a nessuno. È il trionfo dell’irresponsabilità. Tutti a casa, dunque, oltre ad essere il titolo di un film è anche la definizione di una tentazione permanente.
Eppure, quella stessa data e quelle stesse circostanze descritte nell’incipit del film di Comencini, produrranno anche esiti opposti. Nei giorni successivi, infatti, oltre seicentomila militari italiani, catturati e deportati nei lager del Reich, rifiutarono – uno per uno – di firmare l'adesione alla Repubblica Sociale Italiana. Hitler, il 20 settembre, inventò per loro una categoria giuridica che non esisteva – internati militari – al solo scopo di sottrarli alle Convenzioni di Ginevra. Ne morirono circa cinquantamila. Fu una Resistenza disarmata. Senza bandiere e senza cronisti. Per decenni rimossa. Seicentomila no. Pronunciati a bassa voce, uno alla volta, ciascuno da solo. Il trionfo della responsabilità.
Teniamo ferme queste due immagini. Da un lato lo sfaldamento: nessuno è responsabile, dunque tutti se ne vanno. Dall'altro il rifiuto: uno solo è responsabile, e quell'uno sono io.
Questo parallelismo ci introduce in altra dimensione dell'8 settembre. Ovvero, il giorno in cui la Chiesa celebra la Natività della Beata Vergine Maria. Si tratta di una ricorrenza liturgica di grande importanza. Sono, infatti, soltanto tre le nascite che la liturgia festeggia: quella di Cristo, quella del Battista, quella di Maria. Tre compleanni in un calendario che ordinariamente celebra il dies natalis dei santi, cioè la loro morte. Tre eccezioni.
La festa nasce a Gerusalemme, attorno al V-VI secolo, come dedicazione della basilica sanctae Mariae ubi nata est, oggi chiesa di Sant'Anna. Da lì passa al rito bizantino – che apre con essa il proprio anno liturgico – e giunge a Roma nel VII secolo. Il Messale la definisce «speranza e aurora di salvezza al mondo intero».
Una nascita non è mai un fatto privato. È un innesto in una catena.
È proprio su questa catena che vorrei soffermare la mia e la vostra attenzione. La catenza della responsabilità e della irresponsabilità di cui ci parla il film di Comencini. Ma anche la catenza della resposanbilità e della irresponsabilità di cui ci parla la festa della Natività della Beata Vergine Maria. Perché la liturgia di questo compleanno, invece di raccontare una nascita, legge, appunto, un elenco.
Le letture del giorno sono tutte precisissime. Michea annuncia Betlemme «così piccola per essere fra i villaggi di Giuda», e, di colui che ne uscirà, aggiunge: «Le sue origini sono dall'antichità, dai giorni più remoti». Paolo ricorda ai Romani che «tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio». E poi, soprattutto, c’è, appunto, il Vangelo di Matteo: una genealogia, quarantadue nomi in fila indiana. Sembrano i testi meno adatti a una festa. Sono, invece, i più appropriati.
Trentanove volte, come un martello, torna lo stesso verbo: generò. Non è una litania: è una catena. Tre serie di quattordici – da Abramo a Davide, da Davide all'esilio, dall'esilio al Cristo – secondo un ritmo che, nell'alfabeto ebraico, corrisponde al valore numerico del nome di Davide. La storia, per Matteo, ha una struttura. E una direzione.
Ma il colpo di teatro è nel contenuto. Perché in quell'elenco non c'è alcuna bonifica. Ci sono adulteri, idolatri, assassini, sovrani vigliacchi. C'è Manasse, che secondo il libro dei Re riempì Gerusalemme di sangue innocente. E poi ci sono quattro donne. Tamar, che si traveste da prostituta per strappare a Giuda la giustizia che le era dovuta. Racab, la meretrice di Gerico, straniera, che nasconde gli esploratori e salva la propria casa. Rut, la moabita, figlia di un popolo che la Legge escludeva dall'assemblea del Signore. E infine, la quarta donna. Che non ha nome. Perché Matteo, arrivato a lei, depone la penna dell'anagrafe e prende quella del verbale: David autem genuit Salomonem ex ea, quae fuit Uriae. Parole latine che pesano come una lapide. Al posto del nome proprio, un genitivo di appartenenza. Le tre straniere entrano nel registro del Messia con la loro identità intatta; l'unica israelita, l'unica venuta dall'interno del palazzo, vi entra spogliata perfino di quella.
Nessuna damnatio memoriae. Nessun ritocco. Nessun archivio ripulito.
Fermiamoci, perché è il dettaglio che vale l'intero Vangelo. Matteo non scrive «Betsabea»: scrive «da quella che era stata la moglie di Urìa». Il nome che sopravvive in quella formula, accanto a quello del re, non è quello della donna: è quello dell'ittita, dello straniero fedele che Davide fece uccidere per coprire il proprio peccato. Il delitto resta inciso nel registro di famiglia. La vittima conserva il nome. Il potente porta la sua colpa nell'unico luogo dove non potrà cancellarla: la propria discendenza.
Quattro donne. Quattro irregolarità. Quattro fratture nella linea dinastica maschile. E in ciascuna, esattamente lì, passa Dio. Perché la grazia non entra dalle porte principali. Entra dalle crepe.
Questa è una teoria della storia. La più realistica che sia mai stata scritta.
Norbert Elias ha dedicato una vita a mostrare che la società non è una somma di individui ma un intreccio di legami. Le chiamava catene di interdipendenza. E, poi ancora, che la civilizzazione consiste, essenzialmente, nel loro allungamento. Ogni nostro gesto raggiunge più lontano. E, proprio per questo, lo vediamo sempre meno. Günther Anders chiamava dislivello prometeico questo scarto: produciamo assai più di quanto sappiamo raffigurarci. E l'atto frammentato, scomposto in mille mansioni ciascuna innocente, dissolve la percezione stessa di esserne autori. Nessuno firma. Il male diventa un prodotto senza produttore.
Gli scienziati sociali lo hanno perfino misurato: più numerosi sono i testimoni di un'emergenza, minore è la probabilità che qualcuno intervenga. La chiamano diffusione della responsabilità; si potrebbe chiamarla, con maggiore onestà, la matematica della viltà. Contro questa evaporazione si è levata una delle voci più severe del Novecento, quella di Karl Jaspers: accanto alla colpa criminale, politica e morale esiste una colpa metafisica, che deriva dalla semplice solidarietà fra gli esseri umani, per cui ciascuno è corresponsabile delle ingiustizie che avvengono in sua presenza.
Categoria insopportabile, quella identificata da Jaspers. E indispensabile, si dovrebbe aggiungere. Perché la cronaca, puntualissima, ce la riporta sul tavolo.
Un recente esempio ci aiuta a comprendere meglio. Giovedì 27 agosto scorso, all'Aja, è morto a ottantaquattro anni Ratko Mladić, condannato all'ergastolo nel 2017 – condanna confermata in appello nel giugno 2021 – per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l'umanità. Il giorno dopo il ministro della Giustizia serbo Nenad Vujić ha annunciato che al generale sarebbero stati tributati funerali con tutti gli onori militari e di Stato. La sera stessa della morte, allo stadio, uno striscione dei tifosi della Stella Rossa gli augurava gloria eterna: la foto è stata rilanciata dall'account ufficiale del club.
Chi ha ucciso gli oltre ottomila di Srebrenica, nel luglio 1995?
Il generale che ordinò? I soldati che eseguirono? Gli autisti degli autobus? I funzionari che approntarono le liste? I comandi internazionali che dichiararono quel luogo "zona protetta" senza fornire i mezzi per proteggerlo? L'Europa ed il mondo che stettero a guardare?
La catena delle responsabilità (e delle iresponsabilità) nel bene e nel male, è infinita. Ogni anello è responsabile. Ciascuno per la propria misura. Una corte, in altre circostanze, ha perfino tentato di pesare un anello. Il 19 luglio 2019 la Corte Suprema dei Paesi Bassi ha stabilito che lo Stato olandese è responsabile per il dieci per cento dei danni derivanti dalla morte di circa trecentocinquanta uomini fatti uscire dal compound di Potočari: la probabilità che, restando, si sarebbero salvati era – parole dei giudici – piccola ma non trascurabile.
Dieci per cento. La giustizia umana, arrivata al limite estremo delle proprie forze, riesce a fare questo: attribuire una percentuale ad un singolo anello nella catena delle responsabilità. Pura matematica sociale.
Gli esempi, su come la contemporaneità tratta (o non tratta) la catena delle responsabilità potrebbero essere tantissimi. Concediamocene ancora due.
Il primo. Dal 2 agosto l'AI Act europeo impone di rendere identificabile chi genera un contenuto, chi lo verifica, chi lo approva, chi ne risponde. Il legislatore la chiama catena delle responsabilità. Ha ragione. Ma nessuna norma crea responsabilità. Al massimo, può soltanto allocarla. La responsabilità non è una funzione di compliance. La responsabilità è una postura antropologica.
Il secondo. Circa il 10% della popolazione mondiale, vive sotto la soglia di povertà. Non ne è forse resposanbile il restante 90%? Non ne siamo, forse, tutti (anche noi) responsabili?
Torna, ancora una volta, il tema della catena delle responsabilità. Che non può essere risolto solo per via legislativa, sociologica o politica. La Sacra Scrittura ci offre una prospettiva più profonda.
Il 29 agosto, pochi giorni prima che questa pagina venisse scritta, la Chiesa faceva memoria del martirio di Giovanni il Battista. Vale la pena rileggere quella scena perché, a mio avviso, è uno dei trattati di corresponsabilità più brevi ed efficaci mai composti.
Chi ha ucciso il Battista? L'odio di Erodiade? La danza della figlia? La stoltezza di Erode, prigioniero di un giuramento fatto per vanità davanti agli invitati? Il silenzio adorante dei notabili seduti a quel banchetto? I soldati che compirono l'atto materiale? Ciascuno avrebbe potuto impedirlo. Nessuno lo fece. Ciascuno, dunque, ne è responsabile.
È la legge che attraversa tutta la Scrittura. Il peccato di uno può (potrebbe) essere reso vano dal non peccato degli altri. Per dirla con Faber, parafrasandolo: dal letame potrebbero nascere i fiori, se solo qualcuno si assumesse la responsabilità di invertire il corso della storia di male. I Padri insegnano che spettava ad Adamo impedire che il peccato di Eva si consumasse in morte. Ma che egli non lo fece. Non fu tentato, fu omissivo. La forza al peccato di uno la dona sempre il concorso del peccato di un altro. E molte volte gliela dona un popolo intero.
Da qui discende l'obbligo di ogni uomo. Non di ogni credente: di ogni uomo. Non aggiungere mai il proprio peccato al peccato degli altri. Non aggiungere mai il proprio male al male degli altri.
Obbligo che oggi si viola anche per via legislativa. Quante volte il male custodito nella tradizione sapienziale e magisteriale è stato dichiarato bene (ed anche viceversa) per via legislativa? Sono infiniti gli esempi. Possiamo dichiarare per legge che il male non è male. Possiamo anche scrivere che il veleno della vipera di Russell è innocuo. Ma la carta non è la vipera. Se la vipera morde, è la morte. Così accade per molte delle nostre norme: bellissime sulla carta e letali nell'applicazione. È ciò che il magistero, da Giovanni Paolo II in poi, chiama strutture di peccato: il male che non ha più bisogno di malvagi, perché ormai funziona da solo, si riproduce da solo, si perpetua da solo. La “generatività” del male, potremmo chiamarla.
E allora la conclusione, che è insieme durissima e liberatoria. Ognuno è obbligato a spezzare il proprio anello nella catena del male. Uno solo. Il suo. Perché è sufficiente un anello che si spezza per rendere senza forza l'intera catena.
Non è forse questa una della chiavi di lettura più efficaci della prima enciclica di Papa Leone XIV? Magnifica Humanitas, infatti, come è noto, si regge su due icone bibliche. La prima è la torre di Babele. La seconda – meno citata e infinitamente più feconda – è Neemia.
Neemia trova Gerusalemme in rovina. Non impone soluzioni dall'alto. Convoca le famiglie e assegna a ciascuna un tratto di muro. La città rinasce non per l'iniziativa di uno, ma per la responsabilità condivisa di tutti. Scrive il Papa: «A ciascuno il suo tratto di muro». E poco oltre, la formula che dovremmo imparare a memoria: non siamo semplicemente vicini gli uni agli altri, ma «affidati gli uni agli altri».
Affidati. Non giustapposti. Non connessi. Affidati.
Torniamo all'elenco, alla genealogia, allora. Perché, a mio avviso, il vero prodigio, in Matteo, è nascosto in un dettaglio grammaticale, forse spesso trascurato.
Trentanove volte: generò, generò, generò. Poi, all'improvviso, la sintassi si rompe: «Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo». Nel testo greco, l'attivo cede. Arriva il passivo. La catena della trasmissione si interrompe esattamente nel punto in cui comincia il nuovo.
Ecco perché la liturgia dell'8 settembre legge una genealogia. Non per esibire un albero araldico, ma per mostrare dove la catena si spezza. Maria è l'anello che riceve tutto e non trasmette nulla del male. È il punto in cui la storia smette di essere soltanto eredità e ricomincia a essere dono.
E qui va detta una parola in più. Perché è la parola decisiva.
Anche Maria è figlia di quelle donne. Non le è stata risparmiata la genealogia: le appartiene. Nasce da Anna e da Gioacchino, dentro quella carne, dentro quella catena di adulteri, di re vigliacchi e di sangue innocente. Matteo non la estrae dall'elenco: la colloca al versetto sedici, in fila, come tutti gli altri.
E tuttavia lei non eredita. Maria riceve tutto – il sangue, il nome, la lingua, la storia, la ferita – e non riceve l'unica cosa che quella catena aveva sempre trasmesso. Non eredita il peccato della carne dalla quale nasce. La liturgia lo canta con sei parole che sono insieme un dogma e una vertigine: macula originalis non est in te. E l'8 dicembre, fissato a ritroso nove mesi prima di questo giorno, celebra la sola volta in cui un anello è stato forgiato diversamente pur restando dentro la catena.
Non un'eccezione fuori dalla storia. Un'eccezione dentro la storia.
Maria è l'opera delle opere di Dio. Non la mano che si sottrae, ma la mano che Dio stesso ha preparato prima ancora che le venisse chiesto qualcosa. La grazia che precede il merito. Il Figlio che ha custodito la Madre prima di nascere da lei.
E poi il dettaglio che rovescia ogni fatalismo. In quarantadue generazioni nessuno è stato interpellato, nessuno ha scelto di generare la storia: l'ha generata e basta. A una sola creatura è stato chiesto il permesso. E lei ha risposto. Fiat. La catena della corresponsabilità, che fino a quel versetto era un meccanismo, in un solo punto diventa un consenso. È lì che si spezza. Magnifica Humanitas si chiude non a caso sul Magnificat. E l'8 settembre celebriamo la nascita della donna che lo cantò.
Ecco, allora, il compito dell'Armonauta: come Maria, dire il nostro fiat. Perché ogni impresa, ogni scelta politica, ogni modello finanziario, ogni pensiero sociologico, ogni storia è una catena di mani. Ovvero una catena di uomini che scelgono dove stendere la propria mano: sul male o sul bene. Fu così per Adamo. Sarà così per ogni uomo, fino alla fine dei tempi. Spezzare il proprio anello significa non aggiungere mai il proprio male al male degli altri.
Lo sapevano i seicentomila che rifiutarono di firmare, uno per uno, al buio, senza sapere che stavano scrivendo una pagina di storia. Lo sapeva Urìa l'ittita, che perse la vita e conservò il nome. Lo sapeva, in modo unico, singolare ed irripetibile, una ragazza di Nazaret di cui oggi celebriamo la nascita.
Ogni vero Armonauta è chiamato a essere come loro. Ogni vero Armonauta è chiamato a stare dentro la catena orientandola al bene e non al male. A ricevere tutto e a non trasmettere il male. Costi quel che costi. Perché la storia smetta di essere una condanna che si eredita e ricominci a essere una promessa che si consegna. Su questo saremo giudicati.
Che ogni Armonauta faccia sua la Preghiera che un giorno un uomo saggio elevò: «Madre del Verbo incarnato, tu che sei e sarai in eterno anello fortissimo nella catena del bene: spezza il nostro anello dalla catena del male, e facci anello forte della catena del bene».
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