L’integrazione in Centrafrica? Cento alunni per classe

A Bangassou mancano aule, insegnanti e materiali. Ma cattolici, protestanti e musulmani studiano insieme. E la scuola è diventata un fattore di conoscenza reciproca e convivenza pacifica
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September 29, 2026
«Nelle nostre scuole cerchiamo di non mettere troppi alunni per classe, altrimenti non imparano niente», mi dice suor Marie Thérèse, direttrice del plesso cattolico di Bangassou, nell’est della Repubblica Centrafricana. «Ottanta, massimo ottantacinque». «Ma come, sono tantissimi!», obietto io. «Nelle elementari pubbliche sono più di cento, nei licei a volte più di duecento», precisa. In effetti, in questo che è uno dei Paesi più poveri e arretrati al mondo, il sistema scolastico è messo alquanto male. Come tutto, del resto. Ma è il mondo della scuola che colpisce particolarmente, in questo inizio di anno scolastico. In Centrafrica è a dir poco faticoso. Mancano aule, insegnanti, materiali scolastici. Non mancano invece gli alunni, che sono tantissimi e si ammassano in spazi angusti e decadenti, spesso senza banchi né sedie per avere più spazio. Nella scuola materna di Bangassou sono quasi trecento, in quella elementare più di 1.600. «Alle famiglie chiediamo un contributo annuo di circa 40 euro, ma alcune non ce la fanno o pagano solo in parte. Non vogliamo però rimandare a casa i bambini. L’educazione è l’unica possibilità che hanno per costruirsi una vita migliore».
La scuola è anche un importante fattore di integrazione, specialmente in questa zona che è stata funestata da terribili scontri tra la comunità cristiana e quella musulmana. Che poi, pure qui, come nel resto del Centrafrica, quello della religione è stato un pretesto per mettere gli uni contro gli altri e per mettere le mani sul potere e sulle ingenti ricchezze del Paese. Di fatto, però, nel 2017 in maniera gravissima – e poi con episodi minori negli anni successivi – qui sono state fatte vere e proprie stragi. A Bangassou, sono stati i musulmani ad avere la peggio. Al punto che, per proteggerli dalle milizie anti-balaka, circa 4mila profughi sono stati accolti nel seminario minore, accanto alla cattedrale, per ben quattro anni, finché la situazione non si è calmata. E la scuola sta proprio lì, tra seminario e cattedrale. «Abbiamo vissuto momenti difficili – ammette suor Marie Thérèse –. Le nostre strutture fortunatamente non sono state saccheggiate, ma insegnanti e alunni avevano paura a venire in classe perché la tensione era altissima e spesso c’erano incidenti».
Adesso che la situazione è tornata a un’apparente normalità, la scuola è diventata il più importante fattore di conoscenza reciproca e di convivenza pacifica. «Abbiamo bambini cattolici, protestanti e musulmani. Qui non si fa nessuna differenza», conferma la religiosa. In effetti, si fa fatica a distinguerli, mentre si rincorrono verso le classi vocianti e festosi. Colpisce molto vederli così, tutti contenti, nonostante le condizioni di vita – prima ancora che scolastiche – davvero precarie.
Colpisce ancora di più vedere quelli più grandi che si recano quotidianamente in classi che qui definiscono “pletoriche”, usando un aggettivo alquanto aulico per qualificare una situazione a dir poco catastrofica. In alcune scuole, non riescono nemmeno a entrare tutti in classe; molti ragazzi seguono le elezioni dall’esterno affacciandosi alle finestre. È una delle immagini più impressionanti, ma anche più edificanti che abbia mai visto. Perché questi adolescenti, che hanno oggettivamente pochissime opportunità in questo Paese, a scuola ci vanno comunque, anche in simili condizioni, e provano a imparare qualcosa. E poi sono gioiosi, coraggiosi, resilienti, straripanti di energia, curiosità e creatività. E hanno una ricchezza che da noi è quasi esaurita: sono pieni di sogni e desideri.

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