La storia di Silvana, la ragazza del campo rom che ha trovato la forza di fuggire

Dalla schiavitù a un lavoro di operatrice sociale. Cresciuta dai nonni con amore, sposa bambina a 14 anni, madre-schiava a 15. Dopo aver subito uno stupro, ha denunciato la sua famiglia e ripreso in mano la sua vita
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November 6, 2026
La storia di Silvana, la ragazza del campo rom che ha trovato la forza di fuggire
Silvana Drag
Per tanti anni a Silvana è bastata la notte. Uno spazio scuro e solitario, tutto per lei, in cui cullare le sue paure, guardarle in faccia, anche piangerci sopra. Perché al mattino tutto doveva scomparire dal suo volto e dalla sua anima. C’era da affrontare il nuovo giorno, bisognava essere forti, lei poco più che bambina, per i suoi due figli piccoli. Silvana è una giovane donna bruna, attraente soprattutto per via della dolcezza che il suo sorriso trasmette e della profondità dei suoi occhi neri. Nata in Croazia da una famiglia di quelli che una volta si chiamavano “zingari”, vissuta in diversi campi rom in Italia, sposa bambina per forza, madre a 14 anni, ladra controvoglia di appartamenti, c’è voluto uno stupro feroce e annichilente per ribellarsi finalmente alla vita che le era stata imposta. Un passato ingombrante di violenze e sopraffazioni si è trasformato in un presente di vicinanza e aiuto agli altri, grazie alla tenacia e alla forza di volontà.
Silvana Dragutinovic racconta la sua storia ovunque la chiamino, ora che è racchiusa nel libro-testimonianza “Donne che pensano di notte” (Bee, pagg. 288, euro 18), scritto insieme allo scrittore e poeta Enzo Martines, che come lei vive in Friuli. La incontriamo in una serata di riflessione nella sede della comunità di accoglienza Kayros, a Vimodrone, hinterland milanese, insieme ai ragazzi custoditi da don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Beccaria. Gli “adolescenti difficili” hanno riconosciuto immediatamente Silvana come una di loro, ferita dalla vita ma indomita, e l’hanno tempestata di domande, senza filtri. «Come ti sei salvata?». «A chi hai chiesto aiuto?». «In che modo sei riuscita a superare lo stupro?». «Come hai potuto ricominciare a fidarsi degli altri?». Lei ha risposto guardandoli diritto negli occhi, senza nascondere nulla, e il messaggio che ha attraversato le sue parole e atterrato su chi l’ascoltava è stato: io ce l’ho fatta, anche voi potete.
La protagonista del romanzo-verità di Silvana Dragutinovic si nasconde sotto il nome di Nada. «In croato vuol dire speranza, ed è il nome di mia nonna», spiega. Quella nonna che, insieme al nonno, nei primi anni della sua infanzia l’ha cresciuta tra animali e natura, gettando le radici di un affetto vero, caldo, disinteressato, quelle radici che sono state in seguito come una ninnananna in cui rifugiarsi. Perché a sei anni Nada-Silvana è stata ripresa dai genitori – il padre croato, la madre serba - e trascinata in Italia in diversi campi rom. «Non potevamo studiare, nessuno ci insegnava a leggere e scrivere, io avrei tanto voluto farlo, ma le regole rigide inibivano i pensieri, i sogni. Dovetti abituarmi. Mi abituai a quella vita». “Quella vita” era mendicare, e compiuti i 10 anni sottostare a un altro tipo di apprendistato: piccoli furti negli appartamenti di estranei. Si abituò anche a quello, seppure provando un profondo senso di ingiustizia. A 14 anni Nada andò in sposa al migliore offerente, e passò sotto il controllo della famiglia del marito. Nuove regole, nuovi ordini, stessa vita da schiava, stesse violenze se non riportava al campo abbastanza bottino. Il primo figlio arriva a 15 anni; altri campi rom, altre regioni in cui trasferirsi: Milano, il Veneto, Mantova, la Sardegna, senza una logica che lei riuscisse ad afferrare. Una sera di maggio – era il 1996, Sud Italia – e la Nada-Silvana 17enne fu spedita a rubare in un paese poco distante con un’altra giovane “apprendista”. Si fece tardi e sulla strada del ritorno accostò una macchina da cui scesero tre orchi, che le rapirono e le violentarono in riva al mare. «Il peso di quell’animale, come piombo, si era portato via tutto, ero stata spogliata, non solo dei miei pochi vestiti, ma della mia dignità, della mia vita, ormai non valevo più nulla, ormai era come se potessero prendersi ciò che volevano di me, perché sapevo che avevo vissuto una cosa che nessuna donna al mondo dovrebbe mai vivere, una sensazione orribile, e non c’era millimetro del mio corpo che non fosse stato martoriato a ricordarmelo», racconta ai ragazzi di Kayros. Da quella violenza però nasce la ribellione: Nada-Silvana decide di fuggire dal campo, denuncia ai carabinieri se stessa per i furti e la sua famiglia per le violenze inflittele, cerca l’aiuto di don Gino Rigoldi, al carcere Beccaria, di cui aveva sentito parlare al campo rom. Infine intraprende un percorso di giustizia e di riabilitazione, prima attraverso l’accoglienza in una casa-famiglia finché, a 18 anni, non raggiunge l’autonomia per sé e per i suoi 2 figli. Una seconda vita in prova: una casa, un lavoro prima in una legatoria poi, dopo un percorso di studio, come operatrice sociale.
Sono trascorsi quasi 30 anni da quelle vicende, oggi Silvana lavora accanto alle donne maltrattate, entra nelle carceri e presta servizio nel soccorso sulle strade della sua città. Perché ha deciso di raccontare la sua storia in un libro e poi di andare a testimoniare nelle scuole, nelle parrocchie, nei centri culturali? «Per dare voce a chi non ha voce, per dare coraggio, per dire che si può uscire dalla violenza. Alle donne soprattutto dico che bisogna denunciare e non avere paura». Il messaggio è arrivato ai ragazzi della comunità Kayros, per i quali Silvana, dopo l’incontro, è rimasta una figura di riferimento. «Credo che la mia storia sia giunta al cuore di questi ragazzi e spero che ciascuno di loro, come è accaduto a me, possa uscire dalla comunità e rendersi autonomo».
Se c’è qualcuno che Silvana vuole ringraziare per il faticoso percorso che l’ha resa libera sono i nonni, o meglio il ricordo di quei primi anni felici, circondata dall’unico affetto che abbia mai conosciuto fino all’età adulta: «Credo che il timbro che loro mi hanno lasciato mi abbia sempre dato la forza, e ancora oggi è così. Mi ha fatto comprendere che un mondo diverso esiste e va frequentato. È come se, grazie a loro, dentro di me io abbia sempre sentito di poter e dover fare qualcosa per cambiare le ingiustizie che si abbattono sulle persone». Oggi quel “qualcosa” è aiutare altre donne come lei a reagire alla violenza e guardare avanti. «La mia particolare condizione (di sopravvissuta a violenze in famiglia e a uno stupro, ndr ) mi aiuta a comprendere e ad ascoltare profondamente. E so che ognuna di noi può riuscire a ricostruire la propria vita, con forza e coraggio, solo volendosi accettare veramente, anche se qualcuno si è arrogato il diritto di prendersi tutto».

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