La fattoria sociale di Stefania Mazzotta, dove si coltiva la dignità e il riscatto

A Francavilla Angitola, in Calabria, un’attività di solidarietà umana è diventata un felice esperimento sociale: la "Cittadella della carità" offre un lavoro per ridare speranza a persone sfruttate o vittime del caporalato
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September 25, 2026
La fattoria sociale di Stefania Mazzotta, dove si coltiva la dignità e il riscatto
Stefania Mazzotta con uno degli ospiti della Cittadella della Carità
La mascotte di tutti è Davide, il piccolino di casa, 5 anni di pura gioia e una sindrome di Down vissuta allegramente. Al mattino si sveglia, nella sua casa di Francavilla Angitola, e a mamma Stefania chiede di Isacco, di Sing, di Zakir, di Salvatore… Sono i suoi amici del cuore, quelli che durante la giornata gli fanno accarezzare gli asini e raccogliere le verdure e la frutta che poi saranno messe in vendita nella fattoria. Quella fondata da mamma Stefania non è solo un’impresa agricola, per quanto produca e distribuisca le primizie degli orti e dei frutteti, ma è una vera e propria Cittadella della carità. Stefania Mazzotta è una bella e gentile donna di 40 anni, mamma di tre ragazzi e un bambino di 5, Davide appunto, con i capelli lisci rossi accesi e un entusiasmo che contagia. Nata in Germania da genitori emigrati e poi rientrati molto presto in Calabria, laureata in Scienze dell’educazione e della formazione, oggi è l’anima di un “esperimento sociale” che ha pochi eguali, non solo al Sud: accogliere chi bussa alla porta, far ritrovare “casa” a chi l’ha perduta, sottrarre braccia al caporalato e ridare dignità al loro lavoro. Tutto questo avviene nella Cittadella della carità, nata 5 anni fa come azienda agricola biologica e fattoria sociale nell’entroterra di Francavilla Angitola, un piccolo paese di nemmeno 2mila abitanti nell’entroterra collinare, a due passi dalle coste del mar Tirreno e a metà strada tra Lamezia Terme a nord e Vibo Valentia a sud.
C’è stato un passaggio cruciale, nella vita di Stefania Mazzotta, sposata con Antonio, un importante imprenditore agricolo della zona: «Era il 2019 quando a un ritiro spirituale a cui ero stata casualmente invitata, ai piedi del Crocifisso, tutto a un tratto ho sentito che i vuoti che da tempo avvertivo nella mia vita si riempivano di amore e che io quell’amore non potevo tenerlo per me», racconta in videocollegamento dalla Calabria. Un cammino di conversione profonda e l’arrivo nella sua vita, in modo del tutto casuale, dei primi ragazzi in cerca di una seconda opportunità ha fatto il resto. Abbandonato l’impegno di imprenditrice con diverse attività commerciali, Stefania ha iniziato a ospitare a casa sua ragazzi in situazione di emergenza, spesso accompagnati da sacerdoti della zona che avevano sentito parlare di quella signora che aiutava gli ultimi con slancio evangelico. «I primi me li ha portati un prete della diocesi di Mileto che aveva una comunità terapeutica; per chi aveva concluso il suo percorso e non poteva più stare da lui mi chiedeva un tetto, ma anche un lavoro, un reinserimento nella società». Lei è riuscita a trovare impieghi a molti, soprattutto nelle aziende agricole della zona, mentre tutta la famiglia si adattava a una nuova quotidianità. Ma poi lo spazio in casa è diventato insufficiente: così nel 2020 Stefania con risorse economiche proprie ha acquistato un appartamento nel centro di Francavilla Angitola, dove ora vivono 7 ragazzi. «Tre di loro, tutti africani, tutti reduci da esperienze terribili di caporalato, sono arrivati una mattina a bordo di un’auto scassata, alla guida c’era don Roberto Meduri, in Calabria lo chiamano il prete dei poveri perché si è spogliato di tutto», continua Stefania.
Il sacerdote li lascia lì, senza troppi convenevoli: «Come faccio a riportarli indietro, i ragazzi ci rimangono male. Fate qualcosa voi per loro», le disse, allargando le braccia e confidando non solo nella Provvidenza ma anche nella generosità della donna. Così Stefania iniziò una trafila estenuante per fare avere i documenti e i permessi di soggiorno, e poi un lavoro regolare, che potesse riportare in carreggiata i suoi ragazzi. Gordon vive ancora lì, nell’appartamento in centro a Francavilla Angitola, insieme ad altri sei reduci del caporalato. «Lavorano tutti, alcuni nel settore agricolo, altri in edilizia» conclude Stefania. Subito dopo acquista un appezzamento di terreno in campagna, dove costruisce una casetta in legno che lei chiama “chalet” perché assomiglia a una baita nel bosco; l’ingresso è sovrastato da un grande crocifisso che indica dove cercare le fondamenta di tutto.
È il primo nucleo della Cittadella della carità, dove oggi 8 uomini coltivano e vendono peperoni, zucchine, pomodori e raccolgono le olive. Tra i primi ospiti della Cittadella c’è Isacco, 57 anni, arrivato dal Ghana e segnalato ancora una volta da don Roberto Meduri. «Era ricoverato in ospedale da 3 anni, tardavano a dimetterlo perché non aveva un posto dove andare. Come potevo lasciarlo lì?», racconta Stefania. Poi sono arrivati Zakir, pachistano; Salvatore, italiano; Sing, indiano. E Alessandro, conosciuto a Medjugorie dove con la mamma cercava una strada per uscire da vent’anni di dipendenza… Ognuno di loro ha alle spalle una storia di sofferenza ed emarginazione, e un presente fatto di lavoro, preghiera, vita comunitaria. «Qui si vive secondo gli insegnamenti del Vangelo: qui siamo davvero tutti fratelli e i ragazzi vengono curati con amore: è il nostro antidoto alle brutture che hanno vissuto e un via libero potente per il futuro», continua lei. Gli ospiti della Cittadella mettono in comune una piccola porzione dei salari ricavati da lavori all’esterno.
I tre figli grandi di Stefania e Antonio, due maschi e una ragazza tra i 19 e i 14 anni, e infine Davide, arrivato a sorpresa e accolto con amore («Lui è luce, purezza; in lui vedo il Paradiso», si commuove la mamma ricordando quando al ginecologo che non sapeva come informarla sull’anomalia cromosomica del figlio lei disse che era enormemente felice di quel nuovo figlio in arrivo), seguono i suoi sogni e li vivono insieme. Nel 2025 ha ricevuto dalla Coldiretti il Premio “Amiche della terra. Storie di donne che nutrono il mondo”. La motivazione è chiara: «Per avere usato l’agricoltura come strumento di inclusione sociale, di riscatto sociale e di speranza per chi arriva da lontano, in cerca di un futuro migliore». Anche nel futuro di Stefania c’è molto altro: una seconda Cittadella della carità, perché la sua fama si è diffusa in Calabria e alla sua porta bussano altri bisogni, altre necessità. Sopra tutto, c’è il sogno di «un mondo nuovo, senza ingiustizie, disuguaglianze, dove regna l’amore, la pace, la comunione fraterna»: esattamente quello che si respira nella casetta in legno di Francavilla Angitola.

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