Samuel Bak, luce di Quaresima
giovedì 21 marzo 2019

La quaresima è un cammino. Eppure di fronte a certe notizie, di fronte alla situazione odierna, più che sentire il bisogno di camminare, si avverte il desiderio di fuggire: fuggire dalla realtà, che appare minacciosa; fuggire da se stessi; dagli altri, da convivenze diventate insopportabili. Siamo uomini in fuga. Simili ai portatori di candela di Samuel Bak. Alcuni indizi rendono evidente che i due qui ritratti stanno fuggendo da una minaccia terribile: il passo furtivo e l'aria preoccupata, soprattutto dell'uomo che sta dietro; il braccio del primo che sembra già staccarsi dalla mano e, allo stesso modo, la gamba dal piede. Il secondo guarda indietro e non s'avvede che la portantina sta sfuggendogli di mano, gli resteranno solo i bastoni. Tale e tanta è la stanchezza per la fuga che, anch'egli, perde un ginocchio, confuso ormai col terreno. Nonostante ciò, ed è questa la grande speranza, si continua a reggere quella candela.

Samuel Bak, Ner Ot (lampada di luce) olio su tela Pucker Gallery Boston

Samuel Bak, Ner Ot (lampada di luce) olio su tela Pucker Gallery Boston


Ma che cos'è questa misteriosa luce minacciata dal vento che i due vogliono salvare tutti i costi? È il senso del tempo, il computo dei giorni, è la liturgia. Niente è più avvilente per l'uomo che perdere la sua identità dentro a un tempo che si sfalda, che non esprime più il miracolo degli anniversari, delle feste, del tempo feriale e delle liturgie solenni. Tra tutti gli esseri viventi solo l'uomo ha il senso del tempo e ha sentito il desiderio di conservare il computo degli anni. La memoria.
Si narra, e diverse opere di Bak s'ispirano a questo, che in una baracca di Auschwitz si soffriva una fame disperata. La guerra stava per finire ma nessuno dei prigionieri poteva saperlo. L'avvilimento era totale eppure uno di loro, un rabbino, non si era rassegnato al degrado e aveva continuato a contare. Veniva la festa id Hanukkà, lui lo sapeva e aveva conservato una candela per festeggiarla. Quel giorno la estrasse con timore; sapeva che gli altri prigionieri avrebbero potuto saltargli addosso, rubarla e mangiarla per calmare, col grasso animale, i morsi della fame. Ma egli, che pregava Dio tutti i giorni, si fece forte e disse: «Oggi è Hanukkà, dobbiamo far festa!». Una corrente di vita nuova serpeggiò nella baracca. Non erano più schiavi, erano figli. Avevano un tempo per loro e per la festa. Un tempo per Dio. Di fronte alla candela del rabbino, nessuno desiderò rubarla anzi, tutti si animarono: uno rivelò d'avere un fiammifero per accenderla; altri, tozzi di pane da condividere per festeggiare. Così accesero quella misera candela e cantarono gli inni di Hanukkà. In quella baracca, tutti si salvarono. Celebrando il tempo essi avevano portato la speranza, esattamente come i due trasportatori di Samuel Bak. La perdita del senso della festa, oggi, fa perdere anche il senso del lavoro, della dignità. La perdita delle scansioni liturgiche, rischia di cancellare anche la nostra dignità di persone, di popolo, di nazione.
Allora la Quaresima dovrebbe essere portata così, con la stessa tenace e dolorosa fatica degli uomini di Bak. Dovremmo essere custodi gelosi di questo tempo altro che sottrae il Kronos, dall'inesorabile e lo riconsegna alla grazia, rappresentata dal Kairós. Dentro alla drammaticità del tempo che viviamo c'è un Kairós, una grazia nascosta, un senso da riconoscere. Basta solo conservare in sé la luce della fede: l'unica in grado di vedere, giudicare e scegliere.

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