sabato 20 marzo 2021
Ammettiamolo, chi non ha mai incontrato uno di quei preti che, più che confessare, ti sottopongono a una specie d'interrogatorio di terzo grado? Al punto che un fedele arriva a chiedersi a che serva, quale sia lo scopo della che confessione stessa, come faccia la "riconciliazione", riconciliazione col Padre – che, pure, è il nome con il quale si chiama quello che è, non dimentichiamolo mai, un sacramento – a passare attraverso domande che hanno più a che fare con il gossip che con l'amore. Domande da "ficcanaso nell'anima degli altri", che rendono i confessionali più simili a una stazione di polizia o a un tribunale che al luogo in cui Dio dice all'uomo che riconosce i propri peccati: "Vieni, ti perdono", il luogo in cui manifesta la sua Misericordia.
Come già tante volte in passato, qualche giorno fa Francesco, parlando ai partecipanti alla 31ª edizione del Corso sul Foro Interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica, è tornato a sottolineare quale debba essere lo "stile" del confessore. Così da evitare che chi si accosta a questo sacramento ne esca ancora più triste e amareggiato e contribuisca a quel passa-parola che spesso si instaura tra i fedeli per spargere la voce: "Non andare a confessarti da quello, è uno sceriffo che ti torturerà".
Sicuramente quello che è il requisito principale per la confessione, ossia sentirsi "peccatori perdonati", non cambia, e se «uno non si sente così, meglio che non vada a confessare. Da questa coscienza nasce un "atteggiamento religioso" che si traduce in "accogliere in pace", accogliere con paternità. Ognuno saprà qual è l'espressione della paternità: il sorriso, gli occhi in pace, accogliere offrendo tranquillità, e poi lasciar parlare... Alle volte un confessore se ne accorge che uno ha una certa difficoltà ad andare avanti con un peccato e capisce il motivo». In quel caso, meglio «non fare domande indiscrete». Bisogna, appunto, andare avanti, essere capaci di immedesimarsi nella difficoltà, o imbarazzo, o quello che sia, del penitente. «Non fargli più dolore, torturarli. Poi, per favore, non fate delle domande... Alcune volte mi domando quei confessori che dicono: "E come? Dai, dai", ma dimmi, cosa stai facendo tu? Stai facendo il film nella tua mente? Per favore!».
No, così proprio non va. Bisogna essere misericordiosi come il Padre, che tuttavia «non significa essere di manica larga. Significa essere fratello, padre, consolatore. "Padre, non ce la faccio". "Tu prega e torna ogni volta che hai bisogno perché qui troverai un padre, un fratello"». «Non fate il tribunale dell'esame accademico. Non fate i ficcanaso nell'anima degli altri. Siate padri, fratelli, misericordiosi». Perché se è vero, com'è vero, che di tutti i sacramenti quello più "in crisi" è proprio la confessione, per ribaltare questa tendenza non si può che ripartire che dall'amore. «Se non c'è amore nel Sacramento, non è come Gesù vuole. Se c'è funzionalità, non c'è amore come Gesù vuole. Amore del peccatore perdonato, amore verso il fratello o la sorella peccatore e peccatrice perdonati... Abbandonarsi all'amore significa compiere un vero atto di fede. La fede non può mai essere ridotta a un elenco di concetti o a una serie di affermazioni da credere». Perché quel bisogna ricordare, sempre, è «che non sono le leggi a salvare: l'individuo non cambia per un'arida serie di precetti, ma per il fascino dell'amore percepito e gratuitamente offerto». L'amore, sempre e comunque, è la vera arma segreta del cristianesimo.
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