Debenedetti Il fascino del civile disagio
venerdì 5 maggio 2023
Cercando altro, mi sono imbattuto in un breve scritto di Alberto Moravia su Giacomo Debenedetti, contenuto in una pubblicazione del Saggiatore curata nel 1968 da Cesare Garboli per ricordare il grande critico scomparso un anno prima. Vi si leggono ritratti di Debenedetti firmati, tra gli altri, da Sergio Solmi e Gianfranco Contini, Sanguineti e Citati, Pampaloni e Baldacci, tutti variamente interessanti. Il testo di Moravia è uno dei più brevi; eppure la sua originalità ne fa in sintesi una delle visioni più penetranti non solo della persona e del personaggio intellettuale di Giacomo Debenedetti, ma della situazione del critico e della critica, nonché della letteratura stessa nel mondo sociale moderno. È la sua intelligenza di narratore che permette a Moravia di vedere in Debenedetti l’incarnazione individuale dei problemi e del clima sociale e morale di un’epoca. Scrive Moravia che «Giacomo Debenedetti aveva uno charme o fascino strano al tempo stesso raffinato e familiare, esitante e sicurissimo, cortese e autoritario, distaccato e patetico». Niente di libresco, ma una cultura complessa e varia profondamente vissuta, fra Proust e Saba, Croce e Freud, Svevo e Einstein, ebraismo e società borghese. Moravia di questo non parla, ma analizza il suo singolare rapporto personale con il critico. Il fascino di Debenedetti era secondo Moravia come un «amabile diaframma che in modo quasi automatico sostituiva la contemplazione alla comunicazione (...) mi piaceva guardarlo mentre parlava, si muoveva, viveva sotto i miei occhi (...) E sono venuto alla conclusione che quello che mi seduceva in lui era la qualità molto moderna e attuale della sua civiltà. Essere civili non è poi tanto difficile, basta comportarsi secondo certe norme. Ma essere civili con trepidazione, con inquietudine, con angoscia, questo è assai insolito. Era come se, nel momento stesso che mi faceva sentire la civiltà nel tono della sua voce, nell'espressione del suo volto, nel gesto delle sue mani, egli mi avesse anche avvertito della fragilità e incertezza della situazione in cui si trovava e si trova tuttora l’uomo civile ai tempi nostri (...) in un’epoca poco adatta, brutale e mercantile». Debenedetti sentiva e sapeva perfino fisicamente che la cultura e la critica letterarie esistono senza garanzie, né stabilità sociale e istituzionale. Il critico scrittore, il civile, elegante, sottile intellettuale ebreo, così rabbi e così artista, percepiva e incarnava “il disagio della civiltà“, la sua fragilità e precarietà in un mondo dominato dalla forza e dal denaro. © riproduzione riservata
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