giovedì 20 febbraio 2020
«Come stai?». È forse la domanda che a ciascuno di noi viene rivolta più spesso, e che noi stessi rivolgiamo più spesso, ogni volta che incontriamo un amico. Ehi ciao, come stai? Quasi un riflesso condizionato. Per tantissimi anni, più o meno dai quindici anni in poi, la mia risposta standard nove volte su dieci è stata: «Non mi posso lamentare. Non ne ho la forza». La battuta, che ho sempre trovato strepitosa, non era mia. L'avevo rubata a una striscia di Il mago Wiz, un fumetto che, con B. C. e Asterix (di quest'ultimo ho tutti gli albi, che conosco quasi a memoria) era tra i miei preferiti. Il mio nascondermi costantemente dietro la battuta ha le sue ragioni, che sono molte e diverse. Non starò qui a elencarle tutte perché non mi sembra il caso, ma una di queste è sicuramente il gusto che ho per le battute in sé. Nel senso che ho sempre cercato di prendere la vita con il massimo della leggerezza possibile, senza fare tragedie se qualcosa non andava nel verso giusto. Un'attitudine che ho sempre avuto, ma che le esperienze nel corso della mia vita, anche professionali, non hanno fatto che rafforzare. Le situazioni drammatiche che ci sono in giro sono tali e tante che davvero non vale la pena di prendersela per quelle che, alla fine, sono solo piccole stupidaggini che ci amareggiano la vita. Le cose "serie", veramente serie, per le quali vale la pena battersi sono davvero poche – la famiglia, i figli, gli affetti... Per tutto il resto una battuta è più che sufficiente. Per sdrammatizzare, passare sopra le piccole frizioni, andare avanti con un sorriso. Funziona. Questa, dunque, è sempre stata la mia filosofia di vita (forse l'espressione è un po' pomposa, ma è per rendere l'idea). Poi un giorno di tre anni fa mi è stata diagnosticata la Sla. E, per un po', tutto è sembrato rimettersi in discussione. Come se il mondo si fosse capovolto. Adesso, mi dicevo, questa sì che è una cosa da prendere davvero molto sul serio. Qui c'è poco da fare gli spiritosi, e non c'è niente da sdrammatizzare, perché la Sla non è un dramma, è una tragedia... Il che probabilmente è vero, e di sicuro lo è stato per me, e non per poco. Ma con tutta evidenza quell'attitudine era molto profondamente radicata in me, tanto che alla fine ha vinto ancora una volta. Per cui quando oggi qualcuno mi chiede «come stai?», la mia risposta è sempre quella, la stessa di sempre: «Non mi posso lamentare. Non ne ho la forza». E se pure adesso magari è vero, la battuta vale lo stesso. Anzi vale doppio, almeno credo.
(31-Avvenire.it/rubriche/slalom)
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