David Bohm, l’ordine implicato della coscienza
L’insegnamento universale è semplice e durissimo: la frammentazione è comoda, ma falsa. Ci fa sentire al sicuro, ma la realtà è più vasta delle nostre etichette

Proseguo la mia carrellata di scienziati e scienziate della storia. Li studio negli archivi mentre scrivo i miei libri, e in questo spazio prezioso nel web mi fermo su di loro per cercarne la spiritualità. Perché io la mia la sto ancora cercando, e da fisica non posso far finta che questa domanda non esista. Oggi vi parlo di David Bohm. David Bohm ha proposto una formulazione alternativa della meccanica quantistica, deterministica e non locale, nota come teoria dell’onda pilota o meccanica bohmiana, e ha contribuito a risultati fondamentali come l’effetto Aharonov–Bohm, mostrando che in quantistica anche i potenziali, non solo i campi, possono avere conseguenze fisiche misurabili. Ma Bohm non è soltanto un fisico che riscrive la quantistica: è un uomo che vive sulla propria pelle l’idea di non-località, nel senso umano, biografico, quasi crudele.
Negli Stati Uniti del maccartismo viene chiamato davanti a commissioni che vogliono fedeltà ideologica, non verità scientifica. Rifiuta di “collaborare” nel modo in cui gli chiedono, finisce nel tritacarne della sospettosità, perde il posto, si ritrova con la vita professionale sotto assedio. Non è un inciampo marginale: è un abisso. È la dimostrazione che la società può trattare un fisico come una particella da confinare, purché non disturbi l’ordine apparente. Bohm allora se ne va. Esilio. Brasile, poi altri approdi. E qui succede qualcosa di interessante: invece di chiudersi nel risentimento, lui allarga il campo. Se la fisica quantistica ti obbliga ad accettare connessioni a distanza, correlazioni che sfidano l’idea ingenua di separazione, allora forse anche la mente umana, la società, il linguaggio funzionano così: non per blocchi isolati, ma per totalità in relazione.
Da questa intuizione nasce il suo modo di pensare più “spirituale”, nel senso che mi interessa: non un credo, ma un’ossessione per l’intero. Bohm parla di “ordine implicato”, un ordine nascosto, non immediatamente visibile, da cui emergono le forme che vediamo, come se la realtà fosse un foglio piegato mille volte e noi vedessimo solo le pieghe in superficie. E questa idea diventa anche un’etica: se tutto è intrecciato, allora l’illusione più pericolosa è credere di essere separati. La spiritualità di Bohm sta qui: nel prendere sul serio l’interdipendenza, non come slogan, ma come struttura del reale. E nel cercare un linguaggio che non spezzi il mondo in pezzi litigiosi. Per questo si interessa al dialogo come pratica: non dibattito per vincere, ma ascolto per vedere insieme ciò che da soli non si vede.
L’insegnamento universale allora è semplice e durissimo: la frammentazione è comoda, ma falsa. Ci fa sentire al sicuro, ma ci rende ciechi. E quando diventiamo ciechi, diventiamo anche manipolabili: basta dirci “noi” e “loro” e abbiamo già consegnato la complessità. Bohm, con la sua vita e la sua fisica, ci ricorda che la realtà è più vasta delle nostre etichette, e che capire non è solo calcolare, è anche smontare le divisioni che ci portiamo dentro. E adesso la domanda, semplice e diretta: in quale punto della vostra vita vi state raccontando di essere “separati” quando invece siete in relazione con tutto? E quale frammento state difendendo così tanto da perdere di vista l’intero?
Se vi va, scrivetemi a interferenze@avvenire.it: leggerò tutte le vostre risposte
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