In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
Li vedo, sento il battito accelerato dei loro cuori, leggo nei loro occhi lo stupore innamorato, la sorpresa innocente di chi si trova fianco a fianco con l’inimmaginabile, con l’impossibile. Mai avevano pensato di poter ascoltare quelle parole; loro, gli ultimi, gli scartati dalla vita e dalla gente perbene, quelli che avevano sempre pensato di restare chiusi e umiliati nel loro mutismo, azzittiti dalla violenza delle parole di chi conta davvero agli occhi del mondo. Ai piedi del monte una voce li chiama «beati»: ma chi, io? Io che sono deriso da tutto il mondo e accusato di ingenuità e di poca furbizia? Io che pago con lo scherno la mia onestà, che mi lascio emozionare da un tramonto o da una piccola onda del mare e non dall’accumulo della ricchezza nel mio portafoglio? Io che non ho più lacrime, tutte sparse da un dolore che non avrei voluto, insopportabile come un macigno sulle spalle che mi schiaccia giorno dopo giorno? Io che mi sento straziare nella mia impotenza davanti ai soprusi di chi invece ha il potere di annientare e di distruggere?
Un tuffo al cuore queste parole. Un manifesto sovversivo, che capovolge la visione dominante, dove il buon senso chiama beati gli altri: quelli che stanno bene, quelli che fanno carriera, quelli ricchi, i sazi. Che brivido, invece, sentisi dire che i beati per Dio non sono loro, i soddisfatti, ma coloro a cui manca sempre qualcosa: un po’ di pace, un po’ di giustizia, un boccone di pane, un sorriso. Sono parole che fanno volare come aquiloni quei cuori oppressi, quegli occhi affaticati, quelle mani sporche. Un vento che si alza e ripulisce, un respiro di aria fresca e libera. E noi, con loro, increduli nel sentirci dire ancora una volta: «Beato, beato, beato». Proprio non ci sta Gesù alla logica del potere, si ribella a qualsiasi forma di disumanità, all’arroganza, al menefreghismo, a chi pensa solo al proprio tornaconto, a chi è incapace di tenerezza. E fa sognare questo Dio che sussurra: «Avanti, coraggio, non farti spaventare; il mio regno è fatto da gente come te, che soffre e lotta, limpida e trasparente, consumata dalla speranza e bruciata dalla passione. Gente piccola piccola, ma capace ancora di commuoversi».
(Letture: Sof 2,3; 3,12-13; Sal 145; 1Cor 1, 26-31; Mt 5, 1-12)
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