Il Signore ci chiede la fedeltà alle piccole cose
di Luigi Verdi
XIII Domenica del Tempo ordinario - Anno A

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».
E noi che pensiamo che vivere è accumulare, possedere, trattenere; noi che ci sentiamo al sicuro se solo riusciamo a tenere in pugno tutto quel che siamo stati capaci di guadagnare: denaro, amore, tempo, sicurezze. Le stringiamo forte quelle mani, per paura che qualcosa possa sfuggirci, per paura di perdere qualcosa. Gesù oggi invece sovverte la nostra economia: chi perde, trova; chi trattiene, disperde. Disperdere, che è come impedire all’acqua di scorrere e farla marcire; come far ammuffire un chicco di grano, tenendolo al riparo, quando invece per vivere necessita di “perdersi” nella terra. Perché solo così potrà diventare spiga. Eccolo, questo Dio del paradosso che addirittura mette in discussione i nostri legami più profondi, sovvertendo anche quella certezza dei nostri amori viscerali. Non c’è competizione nelle sue parole, non c’è misura in questo Dio smisurato: Lui vuole solo salvare dall’idolatria i nostri affetti, perché ci sono amori che trattengono e amori che liberano, legami che custodiscono la vita e altri che la imprigionano nella paura, nel possesso, nell’abitudine. Ci sta insegnando ad amare come lui: senza catene, senza pretese, senza divorare. Sarà forse questa la nostra croce? Quella di faticosamente imparare un modo di amare più largo, senza confini, non dominato dalla paura di perdere, che suggerisce sempre di conservare, ma un amore che moltiplica quel poco che c’è. Apre le nostre mani chiuse a pugno e ci consegna un bicchiere. A noi accorgerci della sete degli altri. Nella strana matematica del Regno, dove contano i passeri ed i capelli, oggi si annovera anche un bicchiere d’acqua fresca, che vale quanto un gesto di eroismo, quanto un miracolo. Non c’è nulla di troppo piccolo per questo Dio. Nel gorgoglìo dell’acqua versata scorre la Sua presenza, nell’accorgersi della sete di chi ci sta accanto c’è la Sua tenerezza. Sete di una carezza, di uno sguardo premuroso, di una parola gentile, di una porta lasciata aperta: quanta sete ci circonda. E Lui, che guarda le piccole cose, come gli insignificanti passerotti e i capelli che cadono, si ferma lì, a quel bicchiere di acqua fresca: non chiede di più. Ci chiede in fondo solo la fedeltà alle cose piccole, agli incontri di ogni giorno, ai gesti possibili perché minimi, eppure immensi. Una sete alla volta. Di noi resterà quel bicchiere d’acqua fresca.
(Letture : 2Re 4,8-11.14-16a; Sal 88; Rom 6,3-4.8-11; Mt 10,37-42)
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