Proviamo a fare un sondaggio: quanti in Italia si definirebbero poeti? E quanti invece scrittori? Saremmo di certo a un risultato di oltre il sessanta per cento in entrambi i casi: una di quelle percentuali che assicurerebbero, alle elezioni, vittorie schiaccianti. Il fenomeno, però, si va facendo ancora più inquietante: se è vero che si sta diffondendo sui Social la figura del recensore professionista e a pagamento.
Attenzione: non l’abietto critico, ma il recensore prezzolato. Pare che esistano agenzie specializzate le quali – per assicurare la massima visibilità all’autore indipendente, quello del selfpublishing per capirci – vendono pacchetti di recensioni positive. Tutto legittimo? Pare di no, proprio dal punto di vista dei principi etici di trasparenza del mercato. Ma non è questo il piano che qui mi interessa. Il problema è un altro: che tale costume si sviluppi proprio negli anni in cui gli ultimi critici vengono sbertucciati pubblicamente e persino messi all’indice.
La critica è morta perché è venuta meno la disposizione ad argomentare e valutare, a decostruire e demistificare l’ideologia implicita che ogni messaggio porta con sé. È venuta meno insomma la libertà: una qualità spirituale che non si può comprare. Può esistere la critica senza giudizio? E la democrazia senza critica?
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