Dio vede i frutti anche quando ancora non ci sono
di Luigi Verdi
XXVII Domenica del tempo ordinario - Anno A

Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: «Avranno rispetto per mio figlio!». Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: «Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!». Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. «Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».
Un uomo e la sua vigna: piantata con cura, con sudore, con amore. Lo vedo chino a togliere sassi dal terreno, a scavare buche, a togliere le erbacce sotto il sole cocente, le mani sporche di terra e graffiate. È la sua vigna, ne vede già i grappoli abbondanti, i chicchi succosi e dolci. Lavoro di contadino, sapienza difficile che consiste nel mettere le mani nel folto della vita, senza romperne i delicati equilibri, per contribuire a far nascere e a fiorire altra vita: è gesto e sguardo di Dio, che vede frutti quando ancora non ci sono. Sguardo lungo, appassionato, uno sguardo che oltrepassa tutti i confini e limiti, che assomiglia ai sogni, sguardo di chi ama. E quest’uomo parte e consegna la sua vigna a dei vignaioli che forse già da subito se ne sentono i soli padroni, dimenticando che quella vigna è stata loro solo affidata. Affidata come a noi, vignaioli di questo tempo, è stata affidata la nostra vita, il nostro tempo, i nostri figli, le nostre relazioni. Ce ne sentiamo gli esclusivi padroni e anche noi, come quei vignaioli, ci schieriamo sulla difensiva a tutelare quel che crediamo essere la nostra proprietà. Pronti e agguerriti a salvaguardare la vigna, la vita, tutto ciò che consideriamo nostro possesso e non qualcosa di cui siamo solo i custodi. Azzittiamo Dio, lo estromettiamo dalla sua vigna, gli gridiamo in faccia: «Tu qui non metti piede, è roba mia». Eppure Lui si è fidato, si fida: ci ha consegnato questa terra, questa vita, queste persone che ci circondano perché le amassimo, che è il termine più alto del prendersi cura, dell’essere custodi. E lo fa mettendosi da parte, rischiando, consegnando tutto nelle nostre mani: non come servi, non come burattini, ma come uomini e donne liberi e responsabili. Aspetta frutti da noi, perché quel che ci ha affidato deve passare attraverso noi ed essere restituito, come un seme consegnato alla terra, come una pioggia che irriga il suolo. E quando si restituisce ci si accorge che anche le piccole cose, quelle che noi avremmo eliminato, quelle che avremmo scartato e buttato come inutili, hanno assunto valore: divenute fondamento di un qualcosa di inimmaginabile, di vertiginoso, di sconfinato. Ecco, ora Lo vedo saltare di gioia, con le mani che affondano tra i grappoli biondi e abbondanti, a cantare con noi e perfino a ringraziarci.
(Letture: Is 5,1-7; Sal 79; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43)
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