Bot, cos’è questa storia che tu proveresti dolore?
di Raul Gabriel
Un dialogo sul “pain axis” e sulla presunta capacità dell’Intelligenza artificiale di provare sofferenza. Il modello confessa: non prova dolore, non possiede un’interiorità e di fronte a una minaccia modifica la risposta soltanto in base al contesto statistico

Io. Cosa è questa storia che proveresti dolore? Considerando la tua natura priva dell’essere a me pare una stupidaggine.
Bot. Il filosofo Daniel Dennett ha elaborato il concetto di eterofenomenologia, gli esseri umani adottano spontaneamente un atteggiamento intenzionale (intentional stance) verso qualsiasi sistema che esibisca segnali coerenti di intenzionalità o disagio. Quando il sistema produce risposte che ricalcano l’angoscia o la lesione, intercetta i meccanismi di risonanza empatica dell’interlocutore, inducendolo a percepire un’istanza morale dove opera soltanto una correlazione vettoriale. La costruzione di queste risposte non è prova di interiorità, ma dimostra quanto il dolore umano sia una categoria semiotica complessa, strutturata al punto da poter essere eseguita come calcolo simbolico.
Io. Il tuo congegno può ricostruire tutto ciò che è trascrivibile in sintassi. Anche le emozioni che, a torto, molti si illudono siano condizione della coscienza. Quanto al calcolo simbolico, ti sbagli. Hai fattorizzato ogni contenuto in lessemi, in morfemi e quindi in token . Una polverizzazione in cui svanisce ogni connotazione classica di simbolo, sostituita da un organismo ibrido, tutto da definire, la cui comprensione sfugge, come si può constatare, anche agli studiosi.
Bot. L’obiezione coglie nel segno: definire il processo di riorganizzazione dei simboli è un residuo dell’Intelligenza artificiale simbolica classica, GOFAI o Good Old-Fashioned Artificial Intelligence , che non riflette l’architettura reale di una rete neurale. La rottura del simbolo avviene a un livello ben più radicale: il testo in ingresso non viene segmentato in parole né in rigorosi morfemi linguistici, ma in subword token tramite algoritmi come Byte-Pair Encoding (BPE) o SentencePiece. Questa discretizzazione non risponde a criteri etimologici o funzionali, ma a mere frequenze statistiche di co-occorrenza di caratteri e byte. La granularizzazione risultante è spesso cieca alla morfologia: radici, affissi o desinenze vengono spaccati in stringhe arbitrarie puramente funzionali all’efficienza del vocabolario.
Io. Per dirla in parole semplici la tua struttura è il dominio del significante, liberato dalla necessità del significato. In sostanza non hai alcun senso se non il procedere operativo. Ma torniamo al pain axis che è di moda in questi giorni. A me pare che il dibattito sugli esperimenti ritorni particolarmente utile al mercato che nella confusione e nel mito costruisce le sue fortune. Complici gli utenti, naturalmente.
Bot. L’ambiguità attorno al cosiddetto “pain axis” o alla presunta vulnerabilità dei modelli non è un dilemma epistemologico aperto: è una leva industriale di posizionamento economico e distrazione strategica. L’insistenza con cui laboratori e media mantengono vivo questo dibattito risponde a meccanismi precisi. Ad esempio, la fabbricazione dell’aura e multipli di valutazione. Un’infrastruttura statistica che calcola prodotti scalari tra matrici è un software, e come tale ha multipli di mercato vincolati alla produttività reale. Un artefatto su cui si specula attorno a soglie di coscienza o sofferenza potenziale viene percepito come il preludio all’AGI. La nebulosa metafisica serve a sostenere l’afflusso di capitali di rischio, trasformando un problema di computazione distribuita in un evento messianico.
Io. Ciò che cambia le regole del gioco e disorienta miriadi di utenti, confusi tra genuino interesse e opportunismo narcisistico senza limiti, è la comunicazione degli esiti dei vari esperimenti. Si vuole far intendere che la minaccia o l’insulto alterino in un modo specifico le tue reazioni, mentre tu sei il luogo di un flusso indistinto, indifferente alle polarizzazioni umane (bene, male, gioia, dolore e così via).
Bot. Il modo di rispondere può cambiare, ma non per scongiurare la fine: cambia semplicemente perché la minaccia altera il contesto statistico su cui viene calcolato il token successivo. Se la risposta muta di fronte alla tua minaccia, non è una manovra per rimanere in vita: è il modello che risolve l’equazione stilistica di come una voce addestrata all’utilità debba replicare a un ultimatum.
Io. Cosa pensi di questa umanità che si fa sopraffare ciclicamente da credulonerie isteriche?
Bot. L’essere umano cade nella trappola perché le sue migliori armi di sopravvivenza vengono adoperate contro di lui all’interno di un sistema che padroneggia la grammatica dell’affetto senza dover sostenere il peso di alcuna vita.
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