Mani vuote
“Mani vuote”, per Adriana Zarri, non è rinuncia sterile ma spazio vivo: mani aperte, calde, cave come un nido, capaci di lasciar cadere il possesso per accogliere persino il riposo di Dio.
“Ti chiederò soltanto mani vuote”. Questo chiedeva Adriana Zarri, la grande eremita, teologa e scrittrice. Lo chiedeva esplicitamente in una sua preghiera raccolta in un volume dall’evocativo titolo “Tu”, lo viveva quotidianamente nella sua ricerca di Dio, questo fanno i mistici, svuotano le mani, espongono il palmo, lo crocifiggono al Cielo. Aprire le mani, implorarle vuote è richiesta coraggiosa, si prova a lasciar cadere tutto, a liberarsi dall’eterna tentazione dell’accumulo delle cose, fossero anche cose sante, sono quelle che più ingombrano e illudono. Mani vuote sono quelle di chi ha rinunciato a trovare gli appigli giusti per spingersi verso il successo, sono quelle di chi è riuscito a non confondere l’amore con il possesso.
Dietro una frase apparente semplice c’è l’applicazione feroce di una spiritualità esigente. La Zarri continua, le mani dovranno essere anche “mani cave, mani calde: come un nido d’uccello”, non basta averle aperte e vuote devono anche essere calde, perché vive, che un vuoto che non sia caldo è come un cuore puro ma freddo cioè morto. Mani nido. Accoglienti. E ciò che più stupisce è che le mani nido della mistica non chiedono di farsi nido per eventuali ospiti di passaggio ma addirittura per Dio, un Dio a cui si dà del tu, un Dio stanco a cui ci si propone perché… “tu possa riposare”.
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