La cucina che restituisce identità e ci insegna a rallentare
Il processo del cucinare possiede un potenziale curativo e rigenerativo ordinario capace di risvegliare la memoria profonda che è ciò che la tradizione monastica ed evangelica conosce da secoli

La cucina non è mai soltanto un luogo dove si consumano alimenti; è, prima di tutto, il santuario dei nostri ricordi più intimi, lo spazio in cui i profumi, le consistenze e i ritmi feriali sanno parlare al cuore anche quando le parole cominciano a sfumare. Questa riflessione si è fatta carne e speranza nei giorni scorsi all’Ospedale Fatebenefratelli di Genzano, in occasione della Giornata Mondiale dell’Alzheimer, grazie al Prof. marianetti e a tutto il suo staff di medici, collaboratori, psicologi, terapisti occupaizonali, logopediste, dove abbiamo avuto la grazia di partecipare a un incontro dedicato a una ricerca straordinaria: un percorso terapeutico che ha visto i pazienti protagonisti di un vero e proprio programma di cucina.
I risultati di questo studio hanno mostrato ciò che la tradizione monastica ed evangelica conosce da secoli: il processo del cucinare possiede un potenziale curativo e rigenerativo ordinario capace di risvegliare la memoria profonda. Guardare questi malati rimettere le mani in pasta, rompere un uovo, dosare gli ingredienti con attenzione al dettaglio o mescolare una salsa sul fuoco è stato come assistere a una piccola risurrezione feriale. Quei gesti appresi nell'infanzia, custoditi nella memoria corporea e affettiva, si sono rivelati una chiave preziosa per riaprire stanze che la malattia sembrava aver chiuso per sempre, restituendo ai pazienti momenti di lucidità, serenità e ritrovata identità.
L'esperienza vissuta al Fatebenefratelli — luogo che fa dell'accoglienza e dell'ospitalità il proprio carisma — si intreccia profondamente con la sapienza di San Benedetto, che nella sua Regola ammonisce a "aver cura dei malati prima e sopra ogni altra cosa", servendoli proprio come si servirebbe Cristo in persona. In questa prospettiva, la cucina cessa di essere una semplice attività occupazionale e si trasforma in una liturgia della cura, dove il servizio verso chi è fragile non si limita all'assistenza, ma diventa restituzione di dignità e di bellezza.
Infilarsi il grembiule della prossimità per cucinare insieme a chi vive nella penombra dell'Alzheimer ci insegna a "rallentare", abbandonando l'ansia dell'efficienza per imparare l'arte dell'ascolto. In quella cucina terapeutica si è realizzato il principio fondamentale per cui "nessuno si salva da solo": medici, educatori, religiosi e pazienti si sono ritrovati attorno allo stesso tavolo, scoprendo che la relazione di cura è sempre reciprocità. Il malato non è soltanto colui che riceve assistenza, ma è un fratello che, con la sua presenza profetica, ci educa all'essenziale e ci mostra la ricchezza di un presente vissuto istante per istante.
I miglioramenti riscontrati sulla memoria attraverso questo programma di cucina ci lasciano una lezione preziosa: la cura non farmacologica ha degli effetti che spesso risiedono nella riscoperta dell'ordinario abitato dall'amore. Ringraziamo l'Ospedale Fatebenefratelli di Genzano e tutti i ricercatori per averci ricordato che, finché ci sarà qualcuno disposto a spezzare il pane e a condividere il tempo della cura con chi è fragilità, il sapore della vita e la dignità della persona non andranno mai smarriti.
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