Il valore dello stare a tavola
Ognuno portava con sé la propria storia, le proprie domande, il proprio modo di guardare Dio e il mondo, eppure c’era la disponibilità a mettersi in ascolto dell’altro

Questa settimana scelgo di condividere con voi parole non mie, ma questa bellissima riflessione di Irene, che ha partecipato insieme ad alcune consorelle lo scorso weekend a una tavola rotonda presieduta da Madre Noemi, per raccontare l’importanza di quanto abbiamo da imparare nell’ascolto dell’altro e nella condivisione. “Ieri, 20 settembre 2026, ho avuto la possibilità di partecipare a Gubbio a “A tavola con i Monaci - Dove le fedi si incontrano”. Durante la giornata si è parlato di cristianesimo, ebraismo e islam, ma più ascoltavo, più mi rendevo conto che non ero semplicemente davanti a persone che raccontavano la propria religione. Stavo ascoltando persone che, partendo da strade diverse, cercavano un modo per incontrarsi.
Ognuno portava con sé la propria storia, le proprie domande, il proprio modo di guardare Dio e il mondo, eppure c’era la disponibilità a mettersi in ascolto dell’altro. Mi ha fatto pensare a quanto spesso, invece, nella vita di tutti i giorni, abbiamo paura di ciò che non conosciamo. Ci basta sapere che una persona crede in modo diverso dal nostro, che ha una cultura diversa o che vede le cose con altri occhi, per costruire immediatamente una distanza. Ieri, invece, ho visto persone scegliere di fare il contrario: avvicinarsi senza avere paura delle differenze, ma con il desiderio di capire e di incontrare l’altro.
La tavola è diventata un luogo di incontro. Non soltanto un posto in cui mangiare, ma uno spazio in cui fermarsi, ascoltare e condividere. Quando siamo intorno a una tavola, per un momento, cadono alcune delle distanze che siamo abituati a costruire. Non ci sono più soltanto una religione davanti a un’altra, una cultura davanti a un’altra, una storia davanti a un’altra. Ci sono persone. Persone che mangiano, parlano, ascoltano, sorridono e raccontano qualcosa di sé, perché a tavola non si condivide soltanto il cibo. Si condividono pezzi di vita. Si fanno domande, si raccontano esperienze, si ascoltano parole che magari non avevamo mai sentito prima. E, poco alla volta, quello che sembrava lontano diventa un po’ più vicino.
In quel momento ho pensato anche a noi giovani. Viviamo in un tempo in cui siamo continuamente connessi, possiamo parlare con chiunque in pochi secondi e conoscere realtà che si trovano dall’altra parte del mondo, eppure forse facciamo sempre più fatica a incontrarci davvero. Siamo abituati a giudicare dalle immagini, dalle parole scritte velocemente, dalle idee che gli altri mostrano di sé. Ci manca, forse, la pazienza di sederci accanto a qualcuno e dire: “Raccontami chi sei”. Senza avere già una risposta. Senza pensare di dover dimostrare qualcosa.
Quell’incontro mi ha fatto capire che ascoltare veramente l’altro richiede tempo e, soprattutto, richiede di accettare di non avere tutto sotto controllo. Significa lasciare che la storia di un’altra persona ci tocchi, anche quando è diversa dalla nostra. E forse è proprio lì che comincia un incontro vero: non quando smettiamo di essere diversi, ma quando impariamo a non avere paura delle nostre differenze.
Ed è forse proprio continuando ad ascoltare che ho iniziato a capire quanto tutto ciò che stavo sentendo avesse a che fare anche con la nostra vita di ogni giorno. Dietro alle parole sulla fede, sulle tradizioni e sulle differenze, tornava continuamente qualcosa di molto semplice: il modo in cui scegliamo di stare accanto agli altri. Il modo in cui parliamo, il modo in cui ascoltiamo, il modo in cui ci avviciniamo oppure ci allontaniamo.
Mentre ascoltavo tutti questi interventi, mi sono resa conto che alla fine il punto è sempre lo stesso: le cose importanti passano dai gesti semplici. Una tavola, un piatto condiviso, delle mani che si avvicinano. È incredibile come il cibo, qualcosa che facciamo ogni giorno senza pensarci, possa diventare un ponte tra persone diverse. E mentre lo sentivo raccontare, mi veniva da pensare che anche noi giovani, nelle nostre vite di tutti i giorni, abbiamo bisogno di tornare a questi gesti semplici: fermarci, guardarci, stare insieme davvero.
Mi è rimasta dentro quella frase antica: «Rendete grazie a lui perché è buono. Alleluia.» È una parola che Israele ha ricevuto, che ha attraversato secoli e contesti diversi senza perdere la sua forza. E mi fa pensare che alcune parole, quando sono vere, non si consumano. Restano. Ci accompagnano. Ci tengono in piedi. Poi c’è quella frase: «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo».
Prima era riferita a Israele, popolo disprezzato. Poi è stata letta come immagine di Cristo rifiutato dagli uomini. La stessa parola, ma occhi diversi, orecchie diverse. E questo mi ha fatto riflettere su quanto spesso noi giovani dividiamo tutto in “vecchio” e “nuovo”, come se il vecchio fosse inutile. In realtà il vecchio è la radice, il nuovo è il ramo. Senza radici, il ramo si spezza. Mi ha colpito anche il fatto che nella tradizione ebraica Dio non ha un nome, perché non si conosce. È un modo per dire che non possiamo possedere tutto, definire tutto, controllare tutto. E forse anche noi dovremmo accettare che alcune cose non si capiscono subito, che ci vuole tempo, che ci vuole silenzio.
“Buono” significa dire bene, benedire. E mi sono chiesta quante volte, tra noi giovani, usiamo le parole per ferire invece che per benedire. Caino uccide Abele perché non aveva più parole. È una frase durissima, ma vera: quando smettiamo di parlare, quando ci chiudiamo, quando non troviamo più le parole giuste, qualcosa dentro di noi muore. E spesso muore anche la relazione con l’altro. La testimonianza del frate francescano mi ha toccato molto. Lui vive da anni in Terra Santa, una terra ferita. Racconta che tante volte, proprio a tavola, si sono risolti problemi enormi: israeliani e palestinesi che, seduti insieme, trovano soluzioni che la politica non vede. E mentre lo ascoltavo, pensavo che anche tra noi, nelle nostre piccole tensioni quotidiane, basterebbe a volte sedersi insieme, parlare, guardarsi negli occhi.
Perché quando mangi accanto a qualcuno, non puoi più vederlo come un nemico. Ma poi arriva il dolore: famiglie senza pane, bambini che muoiono, persone che lasciano la loro terra perché non hanno più nulla. E quando lui dice “dobbiamo imparare ad accettare l’altro come un dono, non come una minaccia”, io penso a quanto questa frase sia vera anche per noi. Perché spesso, tra giovani, l’altro diventa una minaccia senza che ce ne accorgiamo: una minaccia alla nostra sicurezza, alla nostra immagine, al nostro equilibrio. E allora ci chiudiamo. Ma così perdiamo proprio ciò che potrebbe salvarci: la relazione.
Mi ha colpito anche l’idea che Francesco restituisce alla lingua la sua innocenza. Che la voce può diventare preghiera. Che nel momento più buio della sua vita, lui inizia con un ringraziamento. E questo mi fa pensare che forse anche noi, nei momenti difficili, dovremmo provare a dire almeno una parola buona. Una parola che non ferisce. Una parola che apre. Quando si parlava della Bibbia delle donne, della vita quotidiana che attraversa la Scrittura, ho capito che anche noi, nelle nostre giornate normali, possiamo trovare parole che ci tengono insieme. Perché la pace non nasce nei grandi discorsi: nasce nelle piccole cose. Nei messaggi che scegliamo di non mandare con rabbia. Nelle parole che scegliamo di dire con sincerità. Nei silenzi che non usiamo per punire l’altro.
Con la collaborazione di Irene Tornaghi
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