venerdì 10 agosto 2018
Non un fenomeno di massa, ma casi da non sottovalutare. A Praga e Budapest crescita, sviluppo e bassa disoccupazione fanno rima con fierezza, rigore, disciplina e patriottismo
Budapest, piazza del Parlamento. Ricordo dell’eccidio del 1956, ogni sfera una vittima

Budapest, piazza del Parlamento. Ricordo dell’eccidio del 1956, ogni sfera una vittima

Ancora adesso non si sa chi diede l’ordine di sparare dai carri armati sovietici contro gente inerme. Ogni sfera sul muro racconta un morto, accertato, dell’eccidio di piazza del Parlamento. E spiega perché il nazionalismo ungherese di oggi è nato proprio qui, a Budapest, il 25 ottobre del 1956. Era stato seppellito da oltre dieci anni. A pochi metri dal luogo del massacro, un altro piccolo monumento ricorda infatti le stragi del 1944-45 sulle rive del Danubio, dove gli ungheresi delle “croci frecciate”, alleati dei nazisti, compirono brutali esecuzioni di civili soprattutto ebrei. Una lunga teoria di scarpe di tutti i tipi, da uomo, da donna, da bambino, proprio sul ciglio della strada, racc onta gli ultimi attimi fatali.

Ma la stessa capitale magiara – quest’anno l’Ungheria è presidente di turno del gruppo di Visegrad – sull’altra sponda del grande fiume blu, racconta tutta un’altra storia, quella dell’intensità epica della guerra in una mostra sul primo conflitto che già dal titolo, The Lords of War, (“I Signori della Guerra”) lascia presagire quello che si vedrà all’interno, tra ricostruzioni di trincee, statue di soldati gigantesche e apoteosi dell’impero austro-ungarico. Ci fu un tempo in cui le nazioni si “facevano rispettare”, fino all’illusione di annientare tutti gli avversari. Le decine di milioni di morti sono relegate in una stanza di specchi, dove una cinquantina di lapidi bianche mostrano asetticamente la vera faccia della guerra.

Noi europei ci portiamo ancora dentro tutte queste ferite, piene di contraddizioni. Il terrore del nemico, la paura dell’invasore, la voglia di indipendenza, i manifesti della razza. Il futurismo e l’epoca della macchina e dei cannoni, le case reali, la razza dei padroni, la mediocrità del Male nazista e di quello comunista, le uccisioni di massa, i lager, i gulag, le persecuzioni. E tutto ciò pensiamo di curarlo col nazionalismo di oggi, che altro non fu che la miccia di tutto, ieri. Una follia solo a pensarlo, eppure accade.

A visitare i Paesi dell’altra Unione, 60 milioni di abitanti tra Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia (dove, avendo l’euro, la rabbia contro Bruxelles e lo straniero risulta ancora più tangibile), si scopre così che Praga e Budapest sono tornate le capitali dei signori della guerra, dove crescita, sviluppo e bassa disoccupazione fanno rima con fierezza, rigore, disciplina e patriottismo, soprattutto nella terra di Viktor Orbán, dove a mezza bocca il premier che vive di consenso viene definito senza mezzi termini dagli intellettuali dell’opposizione “dittatore”, capace di spostare immensi monumenti come le coscienze.
Le comunità straniere sono integrate da tempo, ma per quanto resisteranno a questa voglia di ricelebrare i fasti delle nazioni? Questo dell’integrazione non tanto tra Paesi ma tra individui, risulta ormai un problema di tutti. In Europa.

Chi imbraccia fucili cui partono proiettili che colpiscono rom e migranti, oppure dà fuoco a ostelli per turchi, o minaccia ristoratori ebrei a Berlino, non rappresenta una maggioranza xenofoba che può trasformare episodi ancora marginali in un fenomeno di massa. Ma in un contesto in cui i Paesi dell’Est hanno sostituito l’ex socialismo reale con un fascismo a stento celato, e quelli dell’Ovest sono pervasi di parole d’ordine sovraniste, di formazioni al governo o meno, ogni manifestazione violenta contro chi è diverso deve essere presa in serissimo conto. La bella inchiesta di “Avvenire”, sulle aggressioni razziste in Italia, in fondo ci spiega che nessuno, da Visegrad a Reggio Calabria, può dirsi immune dal nuovo spettro che si aggira per l’Unione.

Noi italiani siamo i più deboli di tutti, a dispetto di quanto sembri. I carri armati per fortuna li abbiamo lasciati arrugginire nei campi di battaglia già nel ’45 e mentre sfilavano quelli dell’Armata Rossa a piazza Venceslao a reprimere la primavera di Praga e con essa quelle di Belgrado e Varsavia, leggevamo Pasolini sui fatti di Valle Giulia o, ancor meglio, sfrecciavamo sulla nuova Autosole. Nonostante questa differenza siderale, ci troviamo oggi a fare i conti con lo spettro del passato di 80 anni fa, scioccati a contare quasi duecento casi di aggressioni a sfondo razzista, come se ci fosse stata una guerra, un’invasione di violenza non dichiarata. Senza volersi addentrare in analisi sociologiche avventate, che potrebbero essere smentite poi alla prova dei fatti giudiziari, ma partendo dalla lezione della storia, che è poi quella che è passata anche per la Budapest di Imre Nagy, sarebbe bene esaminare ciò che sta accadendo alla nostra società con uno spirito super partes.

E l’occasione l’ha offerta qualche settimana fa Giuliano Amato. Come riportato da Moked, Amato, oggi giudice costituzionale, si è lasciato andare a una riflessione preoccupata. Prendendo spunto dalla frase che nel 1938 pronunciò Gaetano Azzariti, presidente del Tribunale della Razza («Finalmente è stato messo in soffitta il dogma dell’uguaglianza»), l’ex premier ha espresso una constatazione che mette i brividi. «Un pensiero – ha osservato, parlando di quella affermazione di Azzariti – che fu accolto da molti come una liberazione. La prova che il “male dentro di noi”, un qualcosa di cui non possiamo mai del tutto liberarci, con le Leggi antiebraiche aveva preso il sopravvento su ogni altra valutazione. Perché quando iniziative come queste si verificano non c’è soltanto un regime, con il suo carico di violenza e repressione. C’è anche un cambiamento che penetra nelle coscienze e altera il rapporto interno alle stesse. Questo accadde allora». E potrebbe riaccadere. Il rischio c’è. «Cresce la xenofobia, cresce la diffidenza verso l’altro. Cosa succederebbe se qualcuno oggi riaffermasse tale concetto? Quanti, in Italia, si sentirebbero liberati? Ho la sensazione, purtroppo, che questo momento non sia troppo lontano», ha detto il giurista.

Ecco, il punto è proprio la sensazione di liberazione che qualcuno potrebbe provare se si sdoganasse definitivamente, a forza di slogan aspri e di sottovalutazioni, la caccia al diverso: oggi l’immigrato e il rom, già per troppi l’ebreo e domani chissà un cattolico o un democratico ribattezzati “globalisti”...

Nella terza edizione della Mappa dell’Intolleranza di “Vox Diritti”, stilata sulla base di quanto si scrive su social media come Twitter, emergono dati impressionanti. I pubblici cinguettii contro gli ebrei (nel campione della ricerca sono passati da 6.700 nel 2016 a 15.400 nel 2017/2018), i migranti (erano 38.000 nel 2016, sono stati complessivamente 73.390 nel 2017/ 2018) e i musulmani (da 22.435 del 2016, ai 64.934) sono in crescita esponenziale. Senza vergogna.

Così come riconosciamo dall’orgoglio di ostentare una vecchia corona il germe del nazionalismo novecentesco, dalla notte dei tempi abbiamo imparato a percepire la discriminazione a sfondo razziale nelle sue svariate forme: un segno su un portone, una scritta su un negozio, una chiesa bruciata. Oggi bastano 280 caratteri intrisi di odio e rilanciati migliaia di volte. Occorre reprimere subito ogni deriva che possa trasformare un caso isolato in un fenomeno da emulare che si fa breccia nelle strade, senza passare per i canali tradizionali di carta stampata, radio e tv.

In Italia non abbiamo vissuto con la stessa intensità invasioni e repressioni come a Praga e Budapest, ma abbiamo la responsabilità di rappresentare, oggi, uno dei Paesi fondatori dell’Europa nata da quelle macerie. Macerie che molti tendono a rimuovere o addirittura a glorificare. In giro c’è tanta voglia di fare da soli aggrappandosi all’uomo forte che prende il posto dei vecchi sovrani. Ma in questo mondo complicato nato dai conflitti, uniti si resiste, divisi si cade.

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