mercoledì 18 marzo 2015
Caro direttore,
pare che il governo metta mano alla “stagione dei diritti”. Sono poco convinto che l’opposizione sic et simpliciter alle richieste delle varie lobby possa dare qualche risultato efficace. Dopo 32 anni di matrimonio, 2 figli ormai adulti e portati all’università, genitori anziani accuditi, penso perciò che sarebbe il caso di iniziare a rivendicare lobbisticamente una legislazione che codifichi il “matrimonio a tutele crescenti”. Non so se i giuristi cattolici ci abbiano già pensato, ma si potrebbe fare una iniziativa di legge popolare per chiedere al Parlamento di istituire un percorso premiale fondato, appunto, sulla valorizzazione crescente della durata, della fedeltà, della generazione e crescita dei figli, della cura familiare degli anziani nella famiglia costituzionalmente protetta. Prevedere, per esempio, che ogni 3 anni di matrimonio le tasse del nucleo familiare si riducano del 0,3-0,5%, che una quota ulteriore si aggiunga per ogni figlio, per la loro crescita ed educazione, per il mantenimento in famiglia dei genitori anziani e dei malati cronici, ecc.. Se “stagione dei diritti” deve essere, perché non rivendicare anche una premialità nel matrimonio fra uomo e donna, stabile, fedele e accogliente?
Ivano Argentini
San Martino in Rio (Re)
Forse qualcuno giudicherà la sua idea poco più di una boutade, ma io trovo che la sua lettera, caro signor Argentini, contenga ben più di una sensata “provocazione” dal retrogusto amarognolo. In questo Paese, come in mezzo mondo, si tende ormai a fare (quasi) di tutto per rendere più facile lo “scioglimento” delle realtà familiari, per attenuare la forza degli impegni, rendere più comodi i ripensamenti, agevolare le decisioni all’insegna dell’«io» piuttosto che del «noi». È un dato di fatto che per qualcuno è semplicemente il frutto del progresso dei “diritti” individuali e addirittura delle “libertà” fondamentali e per altri – lei e io, credo, siamo tra questi – è l’esito triste di una progressiva e miope corrosione di quella preziosa “cultura della relazione” – basata come ci insegna papa Francesco sui pilastri della gentilezza, della pazienza, del rispetto reciproco, del perdono – che si era affinata nei secoli e che ancora per tanti, nonostante tutto, costituisce il “clima” naturale della famiglia e la prosecuzione dell’amore generativo tra un uomo e una donna e del libero e solenne impegno che essi hanno assunto nel matrimonio al cospetto della comunità di appartenenza. Trovo, insomma, utile e istruttivo il suo parallelo lavoro-matrimonio, due realtà così diverse (che abbiamo un po’ tutti il problema di conciliare...) e che però riguardano profondamente la nostra dignità e dicono qualcosa di molto importante su come stiamo al mondo. La distruzione di lavoro sperimentata in questi anni e alla quale si sta cercando di porre rimedio con lo strumento di nuovi “contratti a tutele crescenti” è grave sul piano sociale tanto quanto l’opera di picconamento dei “sostegni” alla famiglia che trova sempre nuovi e troppo entusiasti operai... E allora – perché no? – cominciamo pure a dire che anche la fedeltà all’impegno familiare di mutua solidarietà – con il coniuge, con i figli, con i genitori, con ogni altro stretto congiunto... – merita di essere riconosciuta e valorizzata con crescente intensità. Perché fa bene alle persone, fa bene alla società in tutte le sue articolazioni e fa bene anche allo Stato. E ai suoi conti.
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