Storia di un padre, storia di tre bimbi. «Ecco perché mi batto per Ahmed»
venerdì 6 dicembre 2019

Gentile direttore,
le rivolgo il mio personale grazie per la disponibilità che ho ricevuto quando la giornalista Lucia Bellaspiga ha narrato, tramite le pagine del quotidiano che lei dirige, la vicenda di tre ragazzi di Montecchio Maggiore. In queste giornate intense, molti giornalisti e molti cittadini mi hanno chiesto del perché ho portato avanti questa battaglia, assumendone la totale responsabilità. Ho iniziato a interessarmi di politica molto giovane; la politica mi piace perché credo che abbia un ruolo sempre più importante in una società complessa come la nostra. La politica deve avere, però, un fine ben preciso: deve tramutare le divergenze in convergenze altrimenti sono solo parole vuote che non lasciano alcun segno. La politica deve mettere al centro la persona, indipendentemente dal colore della pelle, dalla sua religione o dalle sue convinzioni personali. E tutti noi, uomini adulti, sappiamo che cos’è il “diritto allo studio”, ma dobbiamo far capire ai nostri ragazzi che, per un “diritto”, ci si deve battere senza mai arrendersi. Le riassumo, qui, una vicenda personale: mio papà è nato nel 1926, in una famiglia poverissima, di agricoltori. Mio papà mi ha narrato che suo papà, il nonno, si opponeva al fatto che il figlio studiasse. Doveva iniziare subito a lavorare nei campi e in uno scatto d’ira, una sera, ha bruciato tutti i libri e i quaderni di mio papà. Mio papà, disperato, non sapendo a chi rivolgersi per acquistare i quaderni, si è rivolto a uno zio (il fratello di mio nonno ) che viveva in casa con loro. Lo zio svolgeva lo stesso lavoro di mio nonno: era un contadino solamente che era poliomielitico, era zoppo! Questo zio si alzava ogni giorno alle 4 del mattino, percorreva 3 chilometri a piedi per raggiungere un’azienda agricola di Montecchio, zappava la terra fino a sera e poi, zoppo, tornava a casa a piedi. Tutto il denaro che guadagnava con il suo lavoro, lo zio, lo ha via via consegnato a mio papà, perché potesse proseguire con gli studi. Mio papà, con l’aiuto ricevuto dallo zio poliomielitico è riuscito a laurearsi, ha insegnato per anni alle elementari e ha concluso la sua attività professionale da Direttore didattico, proprio nella scuola elementare frequentata dal piccolo scacchista vicentino. L’aula magna della scuola elementare porta il nome di mio papà “Francesco Bertola”. Mio papà, per ringraziare lo zio, lo ha accolto in casa. E lo zio ha vissuto, con la nostra famiglia, dal 1968 fino al 1985. Questo zio non ha mai visto il mare, non riusciva a capire che cos’era un mare, ma conosceva... il canto degli uccelli! Questa era l’Italia del secolo scorso. E questi fatti non devono più ripetersi in questo nostro Paese. E questo vale per tutti. Ecco perché mi batto. Grazie ancora.

Giancarlo Bertola Montecchio Maggiore (Vi)

La storia che mi ha raccontato, gentile architetto Bertola, è bella e coinvolgente. Somiglia a quella di tanti “italiani di successo”: uso volutamente questa formula, che è stata resa ambigua da egoismi e malintesi, e lo faccio nel senso più bello e “nostro”. Di italiani di successo come questi – gente buona e coraggiosa, gente rivoluzionaria eppure pacifica – ne ho visti e ancora ne vedo e racconto tanti, grazie in special modo a questo giornale “a occhi aperti” che ho in custodia, con la gioia e l’onore di dirigere i miei colleghi che lo fanno così ogni giorno. Ho visto, e vedo e continuo a cercare di rendere “visibile” a tutti, gente che ha saputo fare della propria vita – grazie a studio, a impegno e a onesta dedizione – qualcosa di prezioso e di utile per sé e per gli altri, rompendo gli schemi precostituiti, sconvolgendo le precomprensioni, capovolgendo i pregiudizi, dandosi un altro orizzonte e usando bene col sacrificio personale e, spessissimo, con l’aiuto di uomini e donne generosi e lungimiranti quello che abbiamo imparato a chiamare l’“ascensore sociale”. Capisco bene ciò che vuole dirmi: la storia di suo padre è lo specchio in cui lei ha visto riflettersi, in modo originale ma altrettanto intenso, la storia di Ahmed (nome di fantasia, lo ricordo) il piccolo campione di scacchi italo-bengalese che assieme ai suoi due fratellini è stato portato improvvisamente e di forza lontano dalla sua vita, dalla sua scuola, dai suoi giochi e dai suoi sogni. Una piccola grande vicenda di cui continuiamo a scrivere dalla fine della scorsa settimana e sino a oggi... E allora devo proprio dirle che sono io che la ringrazio, per avermi e averci fatto scoprire l’una e l’altra storia. La ringrazio per questo e per lo spirito con cui conduce la sua disarmata e determinatissima “battaglia” che non è contro nessuno ed è certamente per tre bambini che sentiamo figli anche nostri, della nostra anima. Una battaglia condotta nel nome di suo padre, e di un’idea di civiltà che conosce solo il confine tra il bene e il male, tra il giusto e l’ingiusto, tra l’umano e il disumano. È così, non mi stanco di ripeterlo, che deve essere. Questo è il confine da difendere, e nessun altro. Grazie, caro amico. Grazie ancora. Speriamo per Ahmed e per i suoi fratellini.

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