domenica 3 luglio 2011
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Caro direttore,mi chiamo Silvia Nocetti, vivo a Modena, sono cristiana e come tale provo a guardarmi intorno e dare una mano a chi è in difficoltà, nella mia parrocchia o semplicemente prestando attenzione a chi incontro per strada. Sono reduce dall’ennesimo incontro con l’ennesima famiglia, questa volta italiana, che si trova davanti alla tragica scelta di abortire un figlio, perché ce ne sono altri tre, perché al padre tra pochi mesi scadrà il contratto di lavoro a tempo determinato, perché tutti i mesi c’è un affitto di 700 euro da pagare; e questa tutto sommato è una situazione non tra le più tragiche: c’è una famiglia unita, non ci sono problemi di documenti, un minimo di reddito. Ma non me la sono sentita di dirlo a quest’uomo, di 47 anni, disperato, che chiede solo di lavorare e poter mantenere i propri figli: in cos’è che ha sbagliato, cosa ha fatto per meritarsi di uccidere suo figlio per la paura di mettere a repentaglio il futuro suo e soprattutto di sua moglie e dei suoi altri figli?Tornando a casa mi vergognavo del suo decoro (a quante famiglie, donne sole con figli, stanno tagliando la luce e l’elettricità, qui, nelle nostre prospere città settentrionali, ne abbiamo idea?), della tranquillità che mi dà sapere che l’affitto sarà pagato, della cena che ci sarà. Perché io sì e loro no? Perché sono nata e cresciuta in un Paese avanzato, in una famiglia sana che non mi ha mai fatto mancare nulla, perché ho potuto studiare e ho avuto il dono di avere incontrato nella mia vita persone che mi hanno amato e formato, perché ho potuto scegliere liberamente quello che volevo fare nella mia vita? No, non credo, non solo. È un problema di pari opportunità, di giustizia, di equa ripartizione delle risorse, rispetto alle quali nessuno ha la coscienza a posto. Soprattutto mi sento interpellata come cristiana. Crediamo veramente a Gesù quando ci dice di dare da mangiare agli affamati, di vestire gli ignudi, che non si può servire Dio e Mammona, che la ricchezza è un ostacolo oggettivo all’ingresso nel Regno di Dio, che là dove è il tuo cuore, là è il tuo tesoro; desideriamo anche noi essere come le prime comunità cristiane, dove «non c’era tra loro nessuno che fosse bisognoso»? Siamo realmente «nel mondo, ma non del mondo»?Credo che l’attuale situazione economica, questa terribile crisi che sta trascinando sul lastrico tante famiglie italiane e straniere che avevano faticosamente raggiunto negli anni un dignitoso equilibrio socio-economico, chieda a tutti, in primo luogo ai cristiani, di rivedere il proprio tenore di vita, le proprie priorità e mettere le mani nel portafoglio per aiutare che non ce la fa più da solo. Servono soldi, in fretta, per sostenere le mamme in difficoltà in modo continuativo almeno per il tempo della gravidanza e del 1° anno di vita del bimbo. Alcuni santi, nella Chiesa, dicevano che quello che abbiamo di superfluo è rubato ai poveri, e a loro va restituito; senza necessariamente dar loro retta del tutto, credo che le risorse che potrebbero essere messe in circolazione siano tante; c’è un diversità cristiana, per cui senso comune, regole di mercato, prudenza e sicurezze umane debbono essere messe in discussione, e non utilizzate come giustificazione per non soccorrere chi è nel bisogno (quanto, nelle nostre comunità cristiane, si approfondisce la Dottrina sociale della Chiesa, qual è il rapporto che il cristiano deve avere con il denaro e i beni materiali, con l’economia e i processi produttivi; è anche su questi temi che dobbiamo fare discernimento, per non compiere il male...). Il metterci del nostro, anche materialmente, non ci impedirà, anzi ci renderà più credibili, di chiedere, con forza, alle istituzione e alla politica di occuparsi finalmente e veramente delle famiglie, delle donne sole, dei bambini che ostinatamente continuano a nascere.Mi chiedo e vi chiedo di non volgere altrove lo sguardo, di com-patire con queste nostre sorelle che vogliono far nascere i loro figli, e dare loro un futuro dignitoso. Grazie per l’attenzione.

Silvia Nocetti, Modena

La sua lettera è una invocazione. Vibrante di passione, d’indignazione, di consapevolezza. Le sono grato, cara amica, per avermela inviata, per lo spirito che la anima e lo slancio che dimostra e che sollecita. Ma con la stessa intensità con la quale incalzo me stesso ogni volta che tocco – da uomo e da giornalista – la vita delle persone che incontro e di cui scrivo, vorrei aggiungere qualcosa che ritengo cruciale. Perché non si è sentita di dire a quel padre e a quella madre ciò che ha espresso con tanta forza in questo testo? Possiamo, e dobbiamo, sentircerla sempre di accendere luci là dove si addensa l’ombra, là dove rischiano di vincere disperazione, abbandono e morte. Non possiamo e non dobbiamo rassegnarci mai davanti a una rinuncia. Nessuno può rinunciare alla vita di un altro. Nessuno può davvero ignorare che l’aborto non è mai una soluzione ed è sempre una tragedia. Nessuno può non sapere che ogni aborto moltiplica il dolore e non scongiura l’angoscia. Lo dico da genitore: posso spezzare la mia vita per un bene più grande, servendo un amore più grande, ma non posso spezzare la vita di mio figlio. È la più terribile delle ipotesi, eppure accade e accade e accade. Lei, con la sua lettera, ce lo ricorda e ce lo fa pesare sul cuore e sulla mente.La pensiamo allo stesso modo: dobbiamo saper dire, come lei sa fare, quello che va detto, dobbiamo riuscire a fare quello che va fatto. È inaccettabile che, magari abitando le paure e le fragilità di un padre e di una madre, nella nostra società "libera ed evoluta" a decidere della vita e della morte di una creatura inerme siano le deità vane, suggestive e "giustificatorie" che lei efficacemente richiama: «senso comune, regole di mercato, prudenza, sicurezze umane...».Lei ha occhi, parole e gesti cristiani. La prego, cara signora Silvia, nelle sue giornate continui a esserne capace sino in fondo, con tenacia e dolcezza. E anche quel bimbo, comunque già amato, vedrà la luce.
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