martedì 24 ottobre 2017

Caro Avvenire,
un fatto accaduto nella zona dove vivo (Valdisieve-Mugello) mi dà l’occasione di fare una riflessione ad alta voce che credo possa interessare i lettori. In un ambiente bellissimo (meglio “territorio”, è il termine toccasana per politici... ) sfolgorante di sole, di verde, di oliveti, vigneti e di filari di cipressi, in cui non c’è abusivismo edilizio, in cui le case sembrano poggiate sul prato e sui colli... una signora, madre di due figlie ancora giovani, si è tolta la vita! Il tragico fatto fa riflettere... Eppure, mi dicevo e mi dico, tra tanto territorio decantato, declamato... alla signora è mancato qualcosa che valeva più del territorio, è mancato un Oltre che ambientalisti, verdi, cantori della natura non sanno dare o non vogliono dare. A questa donna il gran bel territorio circostante non è bastato, le era estraneo, non entrava nella sua vita in maniera forte, determinante. Rifletto e dico: un po’ tutti si rifanno al celebre cantico delle creature di San Francesco e ognuno lo tira... per la sua giacca. Ma andrebbe letto bene e con grande attenzione: il santo dice «Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra»: il riferimento cioè iniziale e finale è Dio, non è il territorio per se stesso, altre cose o questo o quel fiorellino... Il santo riferisce tutto a Dio. E io credo che il credente – nel rispettare e curare giustamente l’ambiente – non possa dimenticare che c’è un Oltre che ci motiva nel profondo della vita. Conosco persone – e non sono poche – che pur abitando in ambienti difficili, “brutti”, hanno una grande vitalità interiore e una passione spirituale e morale e culturale non indifferente, mentre al contrario, persone che abitano in ambienti bellissimi possono essere abuliche, appiattite.

don Vincenzo Arnone

Nello splendore delle colline del Mugello, uno scoppio di disperazione. La madre di due figlie si toglie la vita. Un sacerdote si guarda intorno, nel paesaggio idilliaco di olivi e cipressi, e in tanta bellezza constata che qualcosa pure manca ancora, in quella terra perfetta, se la malattia e il dolore hanno potuto arrivare, in una donna, a tal punto. Mi viene in mente, quindici anni fa, la tragedia di Cogne, quando l’Italia si fermò attonita a guardare quel paesaggio di montagne incontaminate, quelle casette con i tetti candidi di neve, dove una mamma aveva ucciso il suo bambino. Mi vengono in mente certe villette che passano sugli schermi dei tg, con le siepi di lauro ben potate e le rose in fiore; eppure in quella lieta campagna qualcuno ha ucciso o si è ucciso, senza magari una apparente ragione. No, non basta il più bello dei luoghi, a rendere gli uomini felici. Perché la stessa natura che oggi tanto amiamo e rimpiangiamo nella sua purezza perduta, non è una bellezza fine a se stessa. Di per sé può non bastare a colmarci, se in essa non intravediamo la trama sottesa di segni di cui è portatrice. Come recita un altro verso del Cantico delle creature: «Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore, de te, Altissimo, porta significatione». Il sole nel suo splendore porta significato, porta in sé il marchio del Creatore. Il mondo è un segno, era la forma mentis dell’uomo nel Medioevo, e riconosceva in ogni forma del creato una traccia del Creatore. È questo che abbiamo perduto con l’età dell’inurbazione di massa, allontanandoci dai ritmi della vita in campagna: la capacità di riconoscere nella natura il linguaggio di Dio. Nella austerità innevata delle vette, nei voli ordinati degli stormi di rondini, nella terra ghiacciata, in inverno, che già nasconde il seme morto e rinascente. Nel verde chiaro della prima erba a marzo, e nel suo profumo dolce, a giugno, al primo taglio. Nelle prime rose ardite, all’inizio di maggio, e nel rosso scuro delle ultime, struggenti, in autunno. Lo splendore del luogo più bello può essere semplicemente una cartolina, un’immagine che resta esteriore a noi, e non ci tocca. Oppure può rivelare l’orma di un’altra mano, appena dietro, appena nascosta. E questo sì, ci tocca e ci riguarda. Rispettare l’ambiente, certo, ma più ancora guardare la bellezza della natura con il cuore aperto e attento, questo dovremmo cercare di insegnare ai nostri bambini. Quel campo radioso di girasoli a luglio, non sembra un esercito di soldati vincitori contro la oscurità dell’inverno? Come il trionfo della luce stessa, di quel sole alto allo zenit nel cielo. Le onde dei girasoli a luglio mi inebriano, mi fanno pensare a una gioia annunciata e già pronta, in non so quale altrove, ad accoglierci. Come le vigne di settembre, gravide sotto il peso dei grappoli gonfi. Le guardo e penso: che generosità, che abbondanza sta scritta nella vendemmia. Vino per una gran festa, una gran festa come di nozze, che ci si prepara. Una gran festa che vedremo, un giorno.

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