Quelli come Khaliq. Cittadinanza: legge (e lavoro) da fare


Eraldo Affinati domenica 18 giugno 2017

Qualche mese fa ho accompagnato un mio ex studente africano al Comune di Roma per la cerimonia del conferimento della cittadinanza italiana che, dopo tanti anni di studio e lavoro, gli era stata concessa. Fu lui a chiedermi di essere suo testimone e io avevo accettato con entusiasmo e perfino un po’ di emozione. Dopo aver adempiuto alle formalità burocratiche, abbiamo scherzato facendo qualche battuta. Il funzionario con la fascia tricolore, una donna di grande simpatia, domandò a Khaliq se avesse imparato bene la nostra lingua. Il giovane volse lo sguardo verso di me sorridendo. Come dire: se ce l’ho fatta, oppure no, è merito o colpa tua.

In quel momento mi sono ricordato la prima volta che ci conoscemmo sui banchi di scuola. I ragazzi stavano scrivendo un tema; Khaliq, allora sedicenne, aveva imparato a impugnare la penna soltanto da poco, non seguiva bene le righe del quaderno. Gli presi la mano per ricondurlo nella direzione giusta.

Se ci penso, sento ancora le sue dita nervose e irrequiete incapsulate dentro le mie: come poche altre volte nella vita io, senza figli ma con migliaia di scolari, ultimamente quasi tutti immigrati, ho capito cosa vuol dire essere un padre. Perché sto raccontando questo? Vorrei mostrare, in evidenza plastica, tutto lo scarto possibile fra la bagarre scoppiata giovedì al Senato, dove alcuni uomini politici hanno duramente contestato la legge sulla concessione della cittadinanza ai bambini nati in Italia che abbiano frequentato un ciclo di studi pari almeno a cinque anni o siano figli di genitori da tempo residenti nel Paese e la vita vera di quelli come Khaliq, nella sua potenza umana sempre più avanti rispetto ai precetti legislativi che devono governarla. Con tutto ciò non voglio ignorare la presenza qui da noi di una reale paura nei confronti di coloro che io mi ostino a non voler chiamare stranieri. Il problema è come affrontarla.

Tre sembrano essere i comportamenti più diffusi: il rifiuto precostituito degli immigrati, la strumentalizzazione di tale reazione istintiva e il tentativo di conoscere noi stessi attraverso di loro. Credo che soprattutto la seconda reazione, legata alla mera ricerca del consenso, vada rigettata: Casa Pound in primo luogo, i cui militanti sono stati particolarmente attivi nelle vie intorno a Palazzo Madama; in aula i leghisti, ex secessionisti ora paradossalmente nazionalisti, e anche chi, come i 5 Stelle, sembra voler tenere i piedi in due staffe evitando di scegliere. Così la politica, invece di illuminare i pensieri e guidare le azioni, si riduce a uno squallido marketing elettorale. Sulle perplessità e i dubbi che molti connazionali in questo momento invece vivono non solo si può, ma si deve discutere: io li porterei tutti con noi a spiegare i verbi ad Abdel e Tatiana! Inoltre gli farei conoscere alcuni di questi ragazzi di seconda generazione, non ancora cittadini italiani, che la nostra lingua la insegnano ai neo-arrivati: semplicemente meraviglioso. Dobbiamo avere più fiducia negli esseri umani.

Ricordo una volontaria che oggi fa la professoressa di italiano ai bengalesi, la quale mi disse che se, prima di compiere questa esperienza per lei straordinaria, ne avesse incrociato uno la sera rientrando a casa, di certo avrebbe scantonato. Adesso, al contrario, dopo aver visto le foto delle famiglie rimaste a Dacca, giocato coi loro bambini, essere stata invitata nelle case in cui vivono ammassati pagando un occhio della testa di affitto al proprietario italiano, non farebbe più così. Il primo istinto sarebbe quello di presentarsi e parlare con le persone immigrate. Senza con questo illudersi che tutto possa filar via liscio come l’olio.

Che non ci siano problemi da risolvere, difficoltà da superare, incomprensioni da sciogliere. Che la confidenza, l’amicizia, se non addirittura la fratellanza, non vadano conquistate giorno per giorno, ora per ora, mettendo in gioco anche le nostre certezze, le nostre inquietudini, i nostri veri o presunti tesori sommersi. Del resto, non è così, ci spiegavano i vecchi maestri, che si diventa adulti? Sembra che molti lo abbiano dimenticato. Ecco perché la sofferta applicazione di questa legge sacrosanta rappresenta soltanto l’inizio del lavoro da svolgere.

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