venerdì 28 maggio 2010
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Caro direttore,su Avvenire del 26 maggio ho letto l’interessante articolo "Immigrati-schiavi per i pomodori", sugli uomini e le donne ridotti in schiavitù nei campi del Foggiano. Giovedì 8 aprile scorso avevo visto su Rai3, a notte fonda, la puntata della trasmissione "Crash" dedicata all’"Oro Rosso". La conduttrice ed i servizi filmati hanno descritto le condizioni di lavoro di africani, romeni e oggi anche bulgari, impegnati nella provincia di Foggia per la raccolta dei pomodori. Persone buttate nei campi dall’alba al tramonto per pochi euro, talvolta senza cibo né acqua. Diritti totalmente cancellati da condizioni di lavoro non solo illegali, ma disumane. Mi sono tornati in mente i racconti di mio padre, emigrato in Venezuela negli anni 50. Mi diceva che, pur non conoscendo né il Paese, né la lingua, fu trattato sempre bene. Il datore di lavoro, pur esigendo molto dagli stranieri, bianchi o neri che fossero, garantiva loro una paga dignitosa, un alloggio decoroso e scarponi, guanti ed elmetto, i cosiddetti «dispositivi di protezione individuale» che, oggi, girando per i cantieri, non sempre gli stranieri indossano, perché non sono «informati e formati», oppure perché il loro datore di lavoro ha preferito risparmiare. Due spunti di riflessione, uno importante, l’altro meno, forse. Perché nel 2010, in Italia, uno dei Paesi del G8, trattiamo gli esseri umani come schiavi? Perché queste tramissioni non vanno in onda in una fascia oraria che non sia solo da insonni?

Antonio Di Furia

La storia dell’emigrazione italiana è lunga e intensa, e non tutte le pagine sono belle e consolanti come quella che suo padre, caro signor Di Furia, e il suo datore di lavoro venezuelano hanno contribuito a scrivere, ognuno per la propria parte, alla metà del secolo scorso. Le vicende di coloro che, per decenni e decenni tra il XIX e il XX secolo, presero le vie del mondo partendo dalle nostre terre è largamente segnata da situazioni e condizioni simili a quelle di incivile sfruttamento che purtroppo si verificano anche nella nostra Italia e che sono state al centro della denuncia contenuta nel nostro articolo (uno dei tanti sul tema) e nella trasmissione Rai che lei ricorda. Aver memoria e consapevolezza di tutto questo non diminuisce la gravità delle ingiustizie oggi perpetrate ai danni di troppi poveri immigrati, ma l’accresce. La stragrande maggioranza degli italiani ha, infatti, nella libro di famiglia – e, dunque, per così dire, nel proprio Dna – almeno un capitolo dedicato all’emigrazione di una o più persone care. Anche per me è così. E anche per questo mi sento di dire che nessuno di noi può credibilmente sostenere di ignorare il significato umano della fatica di cercare futuro oltreconfine e oltremare. La vita e il lavoro di gran parte degli immigrati in Italia sono, del resto, alla luce del sole e nelle regole. Regole che riguardano ognuno di loro esattamente come riguardano ciascuno di noi, e che aiutano a superare l’idea stessa di "loro" e "noi". Tranne che su un punto: quando parliamo di «irregolari», dobbiamo ricordare sempre che in questa categoria di «fuorilegge» molto prima di "loro", i lavoratori sfruttati, viene quella brutta parte di "noi" che si fa forte della debolezza dello straniero, e che è rappresentata da coloro che abusano brutalmente di chi lavora. La magistratura e le forze dell’ordine non vanno perciò lasciate sole sulla prima linea della legalità che, spero sia ormai chiaro a tutti, è davvero l’altra faccia dell’accoglienza. E i mass media sono effettivamente in grado di dare un buon contributo. Noi andando in edicola di buon mattino. I programmi tv – condivido la sua amarezza, gentile amico – quando possono.
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