martedì 26 luglio 2011
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I commenti di questi giorni alla strage che ha sconvolto la Norvegia sono spesso diretti a metabolizzare la tragedia, quasi per offrirci una spiegazione prossima alla razionalità. Però, la ricerca di un filo logico pur tenue tra scelta ideologica e azione pratica, non regge di fronte alla strage di vite giovanissime spazzate via come birilli in un lasso di tempo così lungo da non consentire neanche il ricorso alla categoria della follia. Di qui lo spaesamento di tutti noi, increduli, privi di spiegazione per quanto avvenuto. Né lo spaesamento cesserà dopo che avremo infine metabolizzato la tragedia, perché nessuna interpretazione potrà mai garantire che non accadrà nulla di simile in futuro. Lo sforzo però va fatto, e sarebbe bene considerare che nessuna società, per quanto aperta, democratica, segnata da uno sviluppo economico quasi ottimale, è immune da un estremismo che penetra nell’animo, lo corrompe, esplode a volte in tragedie che superano le immaginazioni estreme. Il seme del male e quello del bene sono presenti in ogni uomo, la scelta di coltivarne uno anziché l’altro determina il destino della persona, il suo rapporto con la società. Nella modernità, a decidere tra il bene e il male concorrono anche ideologie disumane che volano senza rispettare confini di Stati o territori, possono catturare la mente, corrompere ogni fibra dell’essere umano.Un altro passo avanti andrebbe fatto nel non addossare periodicamente la responsabilità di tutto il male a un soggetto, a un gruppo, dimenticando ciò che è avvenuto ad opera di altri, e nel cercare un equilibrio in quel grande mare che è la multiculturalità. In questo grande mare nasce e cresce di tutto. Nasce la diversità che riflette la bellezza dell’umanità eguale e multiforme, si manifesta la varietà di costumi e tradizioni dei popoli della terra, la voglia di conoscersi, unirsi, creare nuovo amalgama. E crescono difetti e antagonismi; la diffidenza per gli altri, fonte di ogni razzismo autogiustificativo, l’aggressività di chi venendo da fuori vuole essere esente dalle regole del nostro vivere, dal rispetto dei diritti eguali per tutti. Si sviluppa la tendenza a chiudersi, e quella ad imporre tradizioni d’intolleranza e ingiustizia ai soggetti più deboli, si teorizza una terra di nessuno nella quale ciascuno vive a modo suo violando principi e identità delle società ospitanti. Ogni volta che maturano eventi oscenamente violenti, dobbiamo evitare di cedere e scegliere una delle strade già sperimentate: apertura incosciente a tutti, chiusura pregiudiziale a chiunque. L’equilibrio che eviti gli opposti errori è difficile da raggiungere, ma è l’unico mezzo che può limitare le peggiori derive.Infine, non si può tacere un fatto di cui ci dimentichiamo spesso. Pensare che la scelta tra il bene e il male sia determinata soltanto da una convinzione civile e politica è un errore che può costare molto. Il ricorso alla violenza ha base nell’assenza di una tensione etica fondata su principi fondamentali, alla radice dei quali è una legge, quella del Sinai, che espungiamo di continuo dal nostro orizzonte per una superbia di vita tante volte denunciata da Benedetto XVI. Quando si dice che anche le società più libere possono generare mostri, non possiamo imputare alla libertà questa responsabilità, ma non dobbiamo dimenticare che da tempo un po’ dovunque si esalta il soggettivismo assoluto, il relativismo totale, e che questi suggeriscono all’uomo un drammatico senso di onnipotenza verso sé stesso e gli altri. Colpisce nella vicenda di Behring Breivik quel suo correre tra i più diversi autori, Stuart Mill, Kafka, Orwell, senza costrutto, coerenza, sforzo di riflessione, con una mente che vaga nel vuoto, spinta solo da una volontà di autoaffermazione che schiaccia gli altri, come numeri da cancellare a piacimento. Ci imbattiamo in una sorta di desertificazione della coscienza che, unita a ideologie razziste o fondamentaliste e a fascinazioni esoteriche, supera ogni confine, convince che la "verità" da cui si è abbacinati si possa imporre con ogni mezzo, anche il più aberrante. Quando si cancella dall’orizzonte cognitivo l’idea di Dio, il carattere ontologico e strutturale della sua legge, si corrode lentamente un substrato etico essenziale per la formazione della persona, della sua sostanza umana.Il prezzo che si paga per la dimenticanza di Dio spesso appare a distanza, ma è molto pesante.
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