martedì 23 gennaio 2018
La norma affossata rappresenta un pericolo per il crescente business della fecondazione eterologa e per quello, al momento vietato in Italia ma tutt’altro che assente, della maternità surrogata
Perché si deve permettere la ricerca dei genitori biologici
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Sono in tanti ad aver tirato un sospiro di sollievo quando la fine della legislatura ha affossato, tra le altre in dirittura d’arrivo, anche la legge sul riconoscimento delle origini biologiche per i figli non riconosciuti alla nascita. Bisogna dirlo con franchezza: il principio a cui si ispira questa ipotesi di normativa apre prospettive che rischiano di scombinare il fragile e problematico rapporto tra generazione, biotecnologie procreatiche e cultura dell’adozione, con i tentativi connessi di scardinarne i presupposti in chiave adultocentrica.

La legge, come forse si ricorderà, era stata approvata dalla Camera nel giugno 2015, ma poi era stata 'parcheggiata' in Commissione Bilancio del Senato. E qui è rimasta, nonostante l’insistenza del Comitato che si batte per dare concretezza di legge a un diritto che è facilmente comprensibile a chiunque si metta nei panni di una persona che ignora tutto del proprio passato. Una persona che ovviamente si chieda da dove viene, chi è sua madre, perché ha voluto o dovuto abbandonarlo. La legge offre la possibilità di cercare queste informazioni, una volta raggiunta la maggiore età, attraverso i Tribunali per i minorenni. Con esito positivo solo se la madre biologica, dopo che ne sia stata verificata in modo riservato e prudente la disponibilità, si dichiara d’accordo nel cancellare la richiesta di anonimato siglata alla nascita del figlio. Una possibilità che cerca di equilibrare due diritti comunque meritevoli di attenzioni: quello della madre di rimanere nell’ombra per motivi pregressi, ma anche contingenti (magari ha una nuova famiglia e altri figli che ignorano il suo passato), e quello del figlio ad alzare il velo che grava sulle proprie origini.

Abbiamo più volte analizzato su queste pagine opportunità e rischi di una simile legge, dando voce a chi la sostiene – la maggioranza delle forze politiche, degli esperti e delle associazioni – ma anche a chi continua a scorgervi possibili incongruenze. C’è però da chiedersi se, al di là di queste argomentazioni già esposte, non ci siano tra gli oppositori anche coloro che vedono in questa norma un pericolo per il crescente business della fecondazione eterologa e per quello, al momento vietato in Italia ma come sappiamo tutt’altro che assente, della maternità surrogata. I motivi sono evidenti. Se passasse il principio secondo cui un figlio avrà comunque la possibilità – pur rispettando i punti indicati dalla legge – di andare alla ricerca delle proprie origini biologiche, perché mai si dovrebbero stabilire delle differenze tra chi è nato da un 'parto anonimo' e chi da una fecondazione eterologa, magari con gameti completamente estranei ai genitori 'sociali'? Un’evidenza che diventa addirittura clamorosa per un figlio o una figlia nati da una maternità surrogata e/o da un commercio di gameti e 'adottati' da una coppia eterosessuale o omosessuale. Perché queste persone non dovrebbero avere il diritto, sostenuto dalla legge, di conoscere la loro madre e/o il loro padre biologici?

Nelle ricerche, ormai numerose, condotte negli Usa all’interno di coppie omosessuali con figli, è emerso come il problema delle origini sia tra i più avvertiti e che l’impossibilità di accertarlo – nella maggioranza dei casi – sia fonte di conflitti interiori con frequenti manifestazioni psicopatologiche. Secondo la maggior parte degli psicologi la conoscenza del proprio passato e delle ragioni che l’hanno determinato è un elemento fondamentale nella formazione di quel puzzle complesso e delicatissimo verso la definizione dell’identità personale. Può essere vero che, come argomentano altri, un percorso adottivo con esiti positivi possa contribuire a rendere meno lacerante e meno urgente l’esigenza di riannodare i fili del proprio passato. Ma si tratta comunque di un auspicio che, più o meno silente, più o meno posticipato, non può mai essere del tutto escluso. Tanto più quando, raggiunta l’età adulta, emerge il bisogno di fare i conti con un passato che, avvolto nel mistero, 'parla' comunque all’individuo con corredi genetici, tendenze caratteriali, orientamenti familiari che, per quanto silenziati dall’assenza di contatti con i genitori biologici, esistono e alla fine chiedono spazio. È indubitabile – e si tratta di un momento bellissimo e denso di calda umanità – che l’adozione rappresenti una sorta di seconda nascita per un bambino privo di famiglia. Ma il legame di sangue comunque resta ed è, obiettivamente, indelebile.

Ecco perché, quando ci sono le condizioni previste dalla legge, offrire la possibilità di avviare la ricerca si configura come atto di giustizia per tutti i figli che non hanno avuto la possibilità di conoscere la propria origine, per quelli accolti da genitori adottivi o 'sociali', per chi è sempre vissuto nella stessa famiglia ma non ha mai conosciuto i propri genitori naturali. Certo, oggi questo viaggio a ritroso per ritrovare se stessi non è tecnicamente possibile in tutte le situazioni. Ma se, come appare evidente, è eticamente apprezzabile e può contribuire all’equilibrio e al benessere della persona, perché non attrezzarsi per renderlo tale? Il percorso sarebbe sicuramente molto impegnativo perché andrebbe ad intercettare, con il proposito di modificarle, legislazioni e prassi tecnicoscientifiche non solo italiane.

Occorrerebbe per esempio uniformare i criteri per l’aggiornamento e la consultazione dei registri relativi ai donatori di gameti, almeno a livello europeo e sarebbe anche indispensabile regolamentare l’attività delle banche di seme e di ovociti a cui oggi ci si può rivolgere anche via web ottenendo 'prodotti' in pochi giorni senza troppi intralci burocratici. Tutt’altro che semplice – ne siamo consapevoli – ma se il nostro Paese riconoscerà il principio secondo cui è possibile avviare la ricerca per ricostruire la propria identità biologica, non ci potranno essere figli di serie A e di serie B. Una legge concepita in questo modo avrebbe, tra le altre conseguenze, quella di stabilire regole un po’ più stringenti a tutti i livelli per il business della generazione artificiale. Un mondo non sempre trasparente, ma vasto e potente, per cui allargare il principio del riconoscimento delle origini biologiche suonerebbe come un campanello d’allarme. Può essere che, per prevenire il rischio connesso all’approvazione, chi di dovere abbia comunque già fatto in modo di bloccare questo disegno di legge in commissione Bilancio?

Cattivi pensieri, ma il livello del dibattito dei prossimi mesi sarà indicativo. Si potranno cercare per esempio prospettive più larghe, inserendo per esempio la questione del 'riconoscimento' nella riforma delle adozioni? Oppure si tenterà di negare l’esistenza del problema senza neppure riprendere l’iter parlamentare? Ipotesi e questioni complesse che non potranno essere oscurate né da interessi di parte né da pregiudizi ideologici e su cui non allenteremo l’attenzione.

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