No a bocciature nel primo ciclo di studi. Non si lasciano indietro i bambini


Ferdinando Camon giovedì 16 febbraio 2017

Ho qui un libro dove un malavitoso (ex malavitoso, ora collaborante) parla della propria vita: adesso aiuta la società, ma prima della svolta non faceva altro che crimini. Leggendolo, mi chiedevo: “Quando ha imboccato la strada verso il male?”. Lui non lo dice mai, forse non lo sa. Ma c’è un punto, brevissimo, fulmineo, in cui la spiegazione c’è. Sta all’inizio. Lui c’informa che è stato bocciato tre volte in prima elementare, due volte in seconda, e che insomma a tredici anni non aveva ancora finito la scuola primaria. Allora il padre lo mandò a lavorare in una sala giochi. Lì guadagnicchiava qualcosa, si divertiva, vedeva le truffe, imparava. Dentro di me, non ho dubbi: quando lo ha bocciato e ribocciato e tribocciato nel primo anno di scuola, la società l’ha espulso e l’ha perduto. Ripenso a questo punto del libro perché in questo momento è in corso una lotta nel governo. Semplifico: la ministra Fedeli vuol riconoscere il diritto-dovere di bocciare alle elementari, mentre il ministro Orlando vuole impedirlo. Tra il popolo, e gli addetti ai lavori, gira una petizione per il divieto di bocciatura. Sono d’accordo col divieto. È meglio che un bambino vada avanti e impari quel poco che può, piuttosto che venga bocciato e non impari più niente. Ma dobbiamo stabilire l’obbligo di presentarsi a scuola: l’assenteismo alle elementari dev’essere un reato. Di chi? Del bambino o della famiglia? Della famiglia. Chi sono adesso i bambini bocciati? Su un giornale leggevo ieri questa sequenza: i bambini bocciati sono immigrati, meridionali, rom. La bocciatura è una selezione della razza. Non intendo dire che esista la razza, intendo dire che così si crea la categoria dei non scolarizzati, che poi la società intende come intellettualmente inferiori, per razza.

Finché sono bocciati, non si faranno mai nessuna cultura, un po’ alla volta diventeranno grandi e avranno dei figli, che saranno come loro, incolti e bocciati. Bisogna rompere questa catena di emarginazione, ignoranza, malavitosità, esclusione dal lavoro, dalla democrazia, dalla vita sociale. A chi spetta rompere questa catena? A chi può. E chi può, tra loro e noi? Noi. Dunque interveniamo noi. Loro meritano di essere bocciati, alla Gentile, meritocraticamente, culturalmente. Ma noi non bocciamoli, alla don Milani. Bocciarli è occidentale, nonbocciarli è mondiale. Nonbocciandoli faremo l’interesse loro e della società e del mondo e del futuro. Cioè nostro. Mi stupisce che l’excamorrista che sto leggendo non andasse a scuola. Non è che non capiva le lezioni, è che non andava a sentirle. Se decidiamo di non bocciare i ragazzini delle elementari, dobbiamo però pretendere che loro a scuola ci vadano. Ristabiliamo il santo principio: un’assenza, una giustificazione scritta; tre giorni di assenza, certificato medico. Un bambino a scuola impara da tutti e da tutto. Non solo dalle lezioni, ma anche dalle interrogazioni dei compagni, e non solo dall’insegnante, ma anche dai coetanei; non solo nelle ore di studio, ma anche dalla ricreazione. Non solo da quello che sta scritto nei libri, ma anche da quello che sta disegnato. Non solo leggendo lui, ma anche sentendo leggere gli altri.

La differenza tra bocciare e non bocciare, alle elementari, è la differenza tra farle durare cinque anni per tutti, o farle durare un anno, due, tre, per alcuni. Questa seconda possibilità va esclusa per legge: bocciare dev’essere illegittimo. Sto usando un linguaggio perentorio, anche troppo, e me ne scuso. Non ne ho il diritto. Sto discutendo questo problema su social network e ci sono lettori che mi chiedono, brutali a loro volta: “Lei ha mai insegnato?”. Come no, non ho fatto altro per tutta la vita. Ma so cosa vogliono dire: ci sono studenti lavativi, neghittosi, che non solo non vogliono imparare, ma non vogliono neanche che tu insegni. Ma questi studenti, che vogliono qualcosa e non vogliono altre cose, stanno alle superiori. Lì è giusto bocciare. Lì comincia la selezione, che si farà feroce all’università. Ma alle elementari no. Sono bambini. E i bambini devono stare con noi, non possiamo mandarli per la loro strada.

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