L'umanità di quei cento uomini ostinati a sondare una valanga
sabato 30 gennaio 2021

Erano partiti domenica per un’escursione sul Monte Velino, in Abruzzo, in quattro: tre uomini e una ragazza. Due almeno di loro erano buoni esperti di montagna. Ma, la sera, non sono tornati. Un’enorme valanga si è abbattuta sul loro percorso, una mole di neve alta sei metri e lunga seicento. Ieri, dopo quattro giorni di vane ricerche, cento uomini del Corpo nazionale di Soccorso Alpino, di Guardia di Finanza e Polizia e Vigili del Fuoco (alcuni venuti da Belluno, da Moena, da Aosta) e del Nono Reggimento Alpini dell’Aquila ancora continuavano cercare i dispersi con droni, e quattro elicotteri, e nove cani.

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Cento uomini (e donne, anche, fra loro) sono un piccolo esercito. Un esercito che quando le possibilità di trovare i dispersi ancora in vita sono praticamente nulle, nel gelo delle cime non vuole arrendersi. Le immagini del Soccorso Alpino, sul web, sono struggenti. Il cielo è di un azzurro meraviglioso, e da lontano i soccorritori che in fila, con lunghe sonde, perforano il manto nevoso, potrebbero sembrare i ragazzi di una scuola di sci. Ma nel volto teso della giovane donna, forse un ufficiale, che guida le operazioni si vede, che sono in gioco quattro vite. Tonino Durante, 60 anni, Gian Mauro Frabotta, 33, e Valeria Mella, 25 anni e Gianmarco Degni, 26, fidanzati, erano partiti da Avezzano. Non avevano portato l’Artva, lo strumento che consente la localizzazione sotto la neve.

E la valanga che li ha ingoiati in valle Majelama non vuole più restituirli. Con le ore, con le notti, ogni ragionevole speranza si spegne. Eppure, quei cento di nuovo all’alba, venerdì, sull’accecante candore della neve inviolata. In file ogni volta 60 centimetri più avanti, palmo a palmo, spingono le sonde in basso. Niente: sei metri di neve, sono due piani di una casa. E il frenetico ronzare degli elicotteri che, atterrando, con le pale tirano su vortici farinosi; e i cani lupo che scavano profonde buche con tutta la forza, si vede, delle loro zampe (commovente, l’alleanza con gli uomini di questi animali, le cui lunghe orecchie a punta dicono ancora la stretta discendenza dai lupi). Immaginiamoci al tramonto, sfiniti, non aver trovato niente. La prima sera, ancora si può sperare: se nella buca in cui giacciono i dispersi c’è ossigeno, qualche ora è possibile resistere. Ma la seconda sera poi, e la terza? Quando si sa ormai che si cercano dei morti. I cento non vogliono cedere. La cena, un grappino, una pacca affettuosa sulla groppa dei cani: 'Bravi'. Quelli, fedeli, grati della carezza. Bisogna essere profondamente umani per ostinarsi così a cercare quattro persone, che non si conoscevano nemmeno.

Sul web c’è la foto di Valeria, bionda, bellissima. E pensi a quei due che forse sognavano di sposarsi, e a tutto ciò che non sarà di loro, non verrà da loro, in un futuro cancellato. Come un libro che si interrompa d’improvviso, in una pagina bianca. Bianca come la mole di neve precipitata nella valle domenica, chissà con quale orribile tuono. «I miei pensieri non sono i vostri pensieri», dice Dio agli uomini nel Libro di Isaia, e quel verso risuona in mente guardando le immagini dall’Abruzzo, così dolorose e inesplicabili. Ma gli uomini, tuttavia, per giorni e giorni si ostinano a cercare. Come sapendosi indissolubilmente legati gli uni agli altri, in un originario essere fratelli – che, credenti o no, dimentichi di Dio o no – hanno inciso nel cuore.

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