sabato 12 maggio 2012
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Prima di entrare alla Basilica, dove si è recato a pregare negli ultimi momenti della sua esistenza, Arcangelo Arpino, come chiunque percorra la parte interna del Santuario, ha potuto vedere che tutto il lungo passaggio non è altro che una sequenza ininterrotta di «ex-voto»: oggetti, dediche, disegni, quasi sempre un po’ naif, per esprimere un grazie. E il più delle volte per una vita – la propria o di un proprio caro – acciuffata per i capelli, sottratta a un esito che sembrava irrimediabile.Arcangelo Arpino non ha fatto in tempo ad aggiungere ai tanti, in modo concreto o solo virtuale, quel segno di «grazia ricevuta» che pure, per scegliere proprio quel luogo per il suo gesto, aveva certamente cercato. Ora quel suo «ex voto» che manca è come un triste spazio bianco su lunghissime pareti che raccontano altro. Ed è questo che, della vicenda dell’imprenditore di Vico Equense, ora inquieta e turba maggiormente: a un passo dalla disperazione non aveva, tuttavia, smarrito la strada di una speranza materna, quasi di un ultimo rifugio capace se non di annullare, di dare un senso alle sofferenze e a uno stato d’animo ferito dalla malattia del momento, la crisi del lavoro; e tanto grave da non guardare in faccia nessuno, operai e imprenditori. Di fronte alla più salda ed estrema delle speranze, Arcangelo Arpino non è riuscito a compiere il passo che doveva e certo voleva. Gli è venuta meno la risorsa sulla quale, forse, più puntava. È bastato un attimo: talvolta può valere una vita. Per Arcangelo è valsa la morte. Ma è proprio lui, il suo gesto accanto a quell’autentico monumento alla speranza che è da sempre, il Santuario della Vergine di Pompei, a sviare il normale corso delle analisi di fronte a fatti che ora tragicamente si rincorrono fino a chiamare in causa l’insorgenza di vere e proprie sindromi. Arcangelo Arpino, imprenditore e padre di famiglia, non può diventare ora, un numero che va ad incrementare una terribile statistica. È stata un tragico atto la sua morte, non la sua vita che lo ha portato, fino all’ultimo sulla soglia della casa della misericordia dove le porte continuano a essere spalancate anche quando sembrano chiuse.Non si può, soprattutto in casi come questi, consegnare una morte solo alla sociologia, perché, magari, la analizzi come gli investigatori fanno con i risultati delle autopsie. Non è questione di voler chiudere gli occhi di fronte a un dramma sotto gli occhi di tutti: è evidente che la crisi economica può portare a derive drammatiche. Ma è il caso di non chiudere soprattutto il cuore e, prim’ancora delle analisi, allertare un altro tipo di emergenza: quella che porta a vigilare in maniera più attenta e capillare, sull’efficienza e l’eventuale messa in opera di nuovi e più estesi presidi della speranza, che rendano possibile che la morte non giochi a carte truccate l’ultima e decisiva partita con la vita. Anche Arcangelo Arpino, alla fine, pur trovandosi nel campo giusto, si è trovato tra le mani la sua carta sbagliata.Manca ora un «ex voto» dalle pareti del Santuario. Arcangelo Arpino ha fatto solo in tempo a lasciare l’eco delle sue preghiere affannate e convulse – recitate a voce alta – tra le volte del tempio della Vergine. Poi, appena fuori, si è sentita un altra eco: sinistra e disperata. Senza però riuscire a coprire la prima.
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