giovedì 19 gennaio 2017
L'attuale assetto risale al 1974 quando, dopo il fallito golpe sostenuto dalla Grecia, la Turchia occupò il 37% del Paese
La filiale di una banca russa a Nicosia, Cipro (Lapresse)

La filiale di una banca russa a Nicosia, Cipro (Lapresse)

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Un passo verso la pace, ma la strada è piena di incognite: su tutte, la Turchia di Erdogan. A Ginevra, il negoziato dell’Onu per la riunificazione federale di Cipro ha vissuto un passaggio importante. La delegazione grecocipriota, guidata dal presidente della Repubblica di Cipro (RoC) Nicos Anastasiades e quella turco-cipriota, capeggiata da Mustafa Akinçi, leader della Repubblica turca di Cipro nord ( TRNC), riconosciuta dalla sola Turchia, si sono scambiate per la prima volta le mappe territoriali: l’obiettivo è definire gli equilibri del possibile Stato bizonale e bicomunitario. Le parti si rivedranno presto. L’assetto attuale risale al 1974. A seguito del fallito golpe, sostenuto dalla Grecia, contro il presidente cipriota Makarios che si opponeva all’enosis (l’unificazione dell’isola con la madre-patria greca), la Turchia arrivò a occupare militarmente il 37% del Paese.

Cipro, isola di 1 milione e centomila abitanti (80% greco-ciprioti, 20% turco-ciprioti), nel cuore del Mediterraneo orientale, fu teatro di violenti scontri interetnici che provocarono un numero ancora imprecisato di morti e 200 mila sfollati interni. Le due comunità, che nel 1960 avevano fondato una repubblica condivisa durata solo tre anni, si redistribuirono territorialmente in maniera omogenea (greco-ciprioti a sud e turco-ciprioti a nord). Lungo la linea che separa nord e sud, la missione Unficyp dell’Onu (già attivata dopo i precedenti scontri del 1964) sorveglia un cessate il fuoco mai formalizzato: da un lato, ciprioti di etnia e lingua greca, di religione cristianoortodossa, dall’altro ciprioti di lingua ed etnia turca, di religione musulmana. Nonostante l’apertura dei checkpoints nel 2003, Cipro rimane un 'conflitto congelato' ma ancora irrisolto, nel lembo più orientale d’Europa. Finora, lo sforzo negoziale di Anastasiades e Akinçi, da sempre favorevoli alla riunificazione, è stato notevole: le parti rimangono però distanti su questioni legate a territorio, proprietà (le terre dei privati e il ritorno degli sfollati) e governance (la presidenza a rotazione nel futuro Stato). La determinazione dei due leader potrebbe quindi non bastare.

Sul piano interno, qualunque accordo dovrà essere sottoposto a due referendum contemporanei e paralleli. Stavolta, sono i ciprioti a condurre direttamente la trattativa, con l’Onu nei panni del facilitatore: nel 2004, il Piano dell’allora Segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan venne bocciato dal 76% dei votanti greco-ciprioti, che avevano già in tasca l’ingresso nell’Unione Europea. Tecnicamente, l’intera isola di Cipro è infatti diventata territorio dell’Ue (poiché il nord è zona occupata e quindi non riconosciuta), ma nella TRNC non si applicano le leggi comunitarie. Nel lungo periodo, l’unificazione dovrebbe portare vantaggi economici all’intera isola (per esempio, investimenti e turismo), ma nell’immediato i 'costi della pace' sono invece un freno, soprattutto se non dovessero arrivare cospicui finanziamenti esterni: Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale attendono una soluzione politica prima di impegnarsi.

Con il sì alla riunificazione federale, l’Unione Europea ha promesso 3.1 miliardi di euro a Nicosia. Da un punto di vista economico, l’economia della RoC stenta infatti a riprendersi dopo la crisi finanziaria del 2013 (piano di salvataggio con applicazione del bail-in), mentre Cipro nord, sotto embargo internazionale, dipende dalla Turchia, che le impone discussi protocolli di modernizzazione. Il reddito pro capite nella TRNC è inferiore del 40% alla media di quello di Cipro sud: molti tra i greco-ciprioti temono che il nuovo Stato federale diventi per loro un fardello economico e sociale. C’è poi il fattore energetico. Finora, la scoperta di giacimenti di gas al largo dell’isola non si è trasformata nel 'vettore di pace' tanto auspicato, ma sta generando riallineamenti geopolitici e nuove rivalità fra le due comunità. Cipro, Grecia, Israele ed Egitto hanno moltiplicato vertici multilaterali e iniziative di cooperazione regionale in vista dello sfruttamento delle risorse energetiche: appuntamenti da cui la Turchia rimane, al momento, esclusa.

L'ostacolo principale della trattativa riguarda però l’abolizione del 'sistema delle garanzie', ovvero l’architettura di sicurezza (negoziata nel 1959 e in vigore dal 1960, quando Nicosia ottenne l’indipendenza dai britannici) che attribuisce a Grecia, Turchia e Gran Bretagna il ruolo di potenze garanti. In caso di riunificazione federale, i greco-ciprioti e Atene ne chiedono l’abolizione: ritiro di tutti i soldati presenti sull’isola, compresi i 30mila militari turchi. Una posizione non condivisa dai turco-ciprioti, favorevoli alla permanenza dei soldati di Ankara e spalleggiati dal leader turco Erdogan (ma fermamente contrari all’ipotesi di annessione alla Turchia). Questo è il vero punto di frizione, capace di rimettere in discussione le convergenze già raggiunte fra Anastasiades e Akinçi, prolungando lo stallo. Dopo le dichiarazioni del ministro degli esteri greco Nikos Kotzias sulla necessità che Ankara ritiri in tempi brevi le sue truppe dopo la riunificazione, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha pubblicamente ribadito che il ritiro totale dei suoi soldati è 'fuori questione'.

D'altronde, sono molti i fattori che disincentivano, al momento, la cooperazione della Turchia su Cipro: innanzitutto il congelamento, di fatto, del processo di adesione all’Ue. Erdogan necessita poi dei voti parlamentari dei nazionalisti dell’MHP per far approvare la sua riforma presidenziale; un 'cedimento' su Cipro minerebbe quella retorica nazionalista con la quale sta provando a ricompattare un Paese esposto ormai su troppi fronti. E ora che Ankara è militarmente presente in Siria, è assai improbabile che il presidente turco accetti una soluzione che limiti la sua influenza militare sull’isola: il porto di Famagosta, a Cipro nord, dista solo 170 km dalla costa siriana, sotto il controllo del regime di Damasco e dei russi.

Cipro, di cultura europea ma geograficamente nell’orbita delle dinamiche mediorientali, è tornata strategica. Anche dalle due basi militari permanenti della Gran Bretagna (Akrotiri e Dhekelia, nel sud), così come dalla base sovrana di Paphos, gli aerei britannici e francesi partono per bombardare il sedicente Stato Islamico tra Siria e Iraq. Dal 2015, la Russia ha siglato un accordo con la Repubblica di Cipro per l’accesso ai porti delle sue navi militari. Per l’Unione Europea, presente ai negoziati con lo status di osservatore, risolvere la questione cipriota significherebbe rimuovere il primo impedimento a una reale cooperazione con la Nato, fin qui bloccata da Ankara e sgradita a Mosca. Dato che la riunificazione farebbe di Cipro un probabile hub per il transito del gas mediterraneo verso l’Europa (riducendo la dipendenza energetica dell’Ue dalla Russia), Mosca preferirebbe, per ragioni geopolitiche ed energetiche, che la Linea Verde controllata dai caschi blu continuasse a dividere Nicosia e a separare i ciprioti.

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