La «guerra civile europea» è un'offesa? No, 30 anni di tragedia. Mai più da ripetere
venerdì 10 febbraio 2017

Caro direttore,
quando si tratta di vicende storiche – che riguardino l’Italia, l’Europa o il mondo – ogni nuova ricerca può illuminare aspetti trascurati o sottovalutati. Ma quando da un documento, ricerca o libro si parte per inventare una qualifica nuova e insolita per fatti che sono già stati sufficientemente accertati, mi allarmo. Dico la verità: non mi è mai piaciuta la qualifica di «guerra civile» data al periodo dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945. Ora però leggo, a conclusione dell’articolo di Simone Paliaga ('Avvenire' del 21 gennaio 2017, pagina 23), un invito a «lasciarsi alle spalle la Guerra civile europea e guardare insieme verso il XXII secolo». Non ho elementi per pronunciarmi su tutte le informazioni contenute in quell’articolo, ma la frase finale mi sembra inaccettabile. La dittatura nazista, l’espansione del Reich in violazione delle regole internazionali, il tallone militare tedesco su tutta l’Europa, i due tentativi di sottomettere Gran Bretagna e Unione Sovietica, lo sterminio degli Ebrei programmato e portato a termine, il coinvolgimento del fascismo italiano, hanno suscitato una reazione – tarda in molti casi – che ha il nome di Resistenza, in parte armata, in gran parte non violenta, ma sempre a rischio della vita. Parlare di 'Guerra civile europea' è, a mio parere, offendere la Storia e i tanti martiri, non solo cristiani.

Sandro Lagomarsini

Scusa, caro don Sandro, se per l’incalzare di altre questioni e per un pizzico di distrazione non ti ho risposto subito. Lo faccio ora, anche se sei molto più bravo e colto di me, e anche se so che il dibattito tra storici (e altri addetti ai lavori) sulla categoria di «guerra civile europea» è ampio, profondo e a volte veemente perché insidiato da certe incursioni revisioniste e da inspiegabili tentazioni di minimizzare i grandi misfatti dei totalitarismi neri nel nome, magari, dei misfatti dei totalitarismi rossi. Da cronista e semplice appassionato di storia quale sono, non mi farò certo tentare dall’avventura di riassumere quel dibattito in poche righe. Ma capisco perché tu temi che possa essere usato in modo offensivo, sino a riaprire ferite dolorose... Certo è un concetto da maneggiare con cura, e col quale io stesso – nonostante pazienti e saggi maestri, a cominciare da mio padre – ho faticato a misurarmi. Mi limiterò perciò a una considerazione sui passaggi finali dell’articolo di Simone Paliaga a cui ti riferisci e che ha provocato il tuo fermo dissenso. Si tratta di una recensione intitolata «Vinti. I tedeschi in fuga dai sovietici» nella quale si dà conto di una poderosa documentazione sulle conseguenze 'civili' (anzi, incivili) della controinvasione russo sovietica della Germania orientale che fu premessa decisiva del successivo collasso del regime nazista. Documentazione che venne raccolta e organizzata da Jürgen Thorwald, giornalista e testimone del tempo, in due libri del 1949-50 e che ora viene ripubblicata in Italia da Oaks: 'La grande fuga. Il massacro dei tedeschi orientali'. Beh, caro e reverendo amico, credo che la tua polemica possa essere frutto di un semplice malinteso. Chi parla davvero consapevolmente e dialetticamente di «guerra civile europea» (magari senza darla per scontata, sotto questo titolo ci sono stati infatti anche problematici dibattiti organizzati dall’Associazione nazionale partigiani...), si riferisce non al periodo 1943-1945, ma al periodo 19141945. Non si evoca, insomma, solo il durissimo 'pezzo' di conflitto di tre anni che coincide con la nostra Resistenza al nazifascismo, ma un’altra feroce «guerra dei trent’anni». Quella che ha segnato in modo terribile – stavolta nel cuore del XX e non del XVII secolo – la storia del Vecchio Continente e che contiene al suo interno ben due mostruose guerre mondiali. Quanto alla frase finale dell’articolo di Simone Paliaga, io la interpreto per quello che credo che sia: un modo per dare voce a una speranza di verità e riconciliazione. E cioè che noi, figli del Novecento, sappiamo trasformare presto il XXI secolo in cui viviamo ora non più in un 'balcone sul retro' (il «secolo breve» che continuiamo a pensare e fare lunghissimo), ma in una porta aperta su un domani finalmente diverso e più buono. Per questo ci serve di coltivare, come tu insegni da una vita, una giusta e salda memoria del bene e del male compiuti in passato e di liberarci dalle scorie di ideologie assassine e dalle macerie tremende della guerra. Perché ogni guerra è fratricidio e fabbrica di martiri, ma alcune persino di più. E perché trent’anni più settanta devono bastare per andare oltre, con cuore pesante per le ingiustizie ormai irreparabili e zaino leggero per fare posto alla riconciliazione e al futuro. In un tempo strano e furibondo in cui tanti cittadini dei Paesi della Ue, storditi dagli errori dei governanti (e sgovernanti) e dalle favole degli arruffapopolo, mostrano di non capire neanche più il valore della pace garantita come mai prima sulle nostre terre e sotto i nostri cieli dal pur lento e faticoso processo di integrazione europea, completa e robusta memoria e aperta e generosa speranza danno consistenza alla saggezza di cui abbiamo urgente bisogno. Ti saluto con affetto.

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