martedì 22 luglio 2014
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​«La Chiesa riconosce l’indispensabile apporto della donna nella società» (Evangelii gaudium, n 103). Questa è nella esortazione apostolica di Francesco la formulazione più esplicita del riconoscimento del valore di una presenza e di un ruolo da cui l’intero testo è però ispirato. Fin dall’inizio del suo pontificato, il Papa ha sempre valorizzato il contributo, attuale e possibile, delle donne nella Chiesa: dalle omelie quotidiane alla Lumen fidei, il valore del genio femminile è richiamato dall’immagine della Chiesa come madre, dalla figura di Maria, dai riferimenti costanti alla sollecitudine femminile, dalla consapevolezza del ruolo cruciale della donna nella trasmissione della fede: tutti ormai sanno chi è quella «nonna Rosa» che tanta parte ha avuto nell’educazione religiosa di Papa Francesco, attraverso la semplicità della testimonianza. Una nonna simbolo di tutte le donne portatrici di una fede popolare da conservare con gratitudine (n.69). Ma la femminilità non è un "dato", qualcosa di scontato: va continuamente reinterrogata, anche a partire dalle sfide della cultura contemporanea. Cosa vuol dire essere donna oggi? E basta generare per essere "generative"? Il rischio della sterilità, del non far fruttare a beneficio di tutti quella bellezza di cui la donna è portatrice, non è solo di chi non genera biologicamente. Quando Francesco invita le suore a essere «madri, non zitelle» si rivolge anche a tutte quelle donne che non si lanciano con passione nell’avventura della vita: una vita che alla fine si consuma sterile tra un "non ancora" e un "non più". Diversi sono i passaggi della Evangelii gaudium in cui il riferimento alla donna è esplicito: per esempio il n.103, dove si riconosce non solo il ruolo prezioso della maternità, ma la capacità di accompagnamento delle situazioni quotidiane e l’opportunità di estendere fuori dalle mura domestiche questa sensibilità, a beneficio dell’intero mondo sociale. Ma si sottolinea anche la necessità di una maggiore presenza là dove si prendono decisioni importanti per la Chiesa (n.104), e il prezioso ruolo missionario ed evangelizzatore: emblematico il passaggio di Gv 4,39, dove a proposito della samaritana si dice che molti credettero in Gesù «per la parola della donna». Bellissime, e "interpellanti" per ciascuna donna, le parole su Maria al n.286: «Quale madre di tutti, è segno di speranza per i popoli che soffrono i dolori del parto finché non germogli la giustizia. È la missionaria che si avvicina a noi per accompagnarci nella vita, aprendo i cuori alla fede con il suo affetto materno. Come una vera madre, cammina con noi, combatte con noi, ed effonde incessantemente la vicinanza dell’amore di Dio». Ma anche i verbi-esortazione che introducono il n.24 per indirizzare il cammino della Chiesa si possono leggere nella declinazione femminile: prendere l’iniziativa, coinvolgersi, accompagnare, fruttificare, festeggiare sono azioni che le donne ben conoscono nella loro quotidianità, alle quali sanno imprimere una sensibilità particolare. Azioni che le donne sanno svolgere con un "protagonismo debole" che consente alle cose di accadere nel modo più accogliente, inclusivo, festoso per tutti. Quando poi si parla di saper far sentire il profumo del Vangelo (n.39) non si può non pensare a Maddalena che unge Gesù di olio profumato (quel "di più" che per la saggezza maschile è spesso incomprensibile) e al fatto che è la donna che profuma la casa tenendola pulita, cuocendo i cibi per tutti, rendendo sensibile e "respirabile" l’atmosfera di accoglienza e sollecitudine. Da questo la Chiesa ha da imparare. E forse per questo il Papa scrive che nella Chiesa una donna, Maria, è più importante dei vescovi (n.104). O definisce programmaticamente la Chiesa come «una madre dal cuore aperto» (n.46). Emerge un tratto femminile che non è esclusivo ma inclusivo; che non deve scegliere tra il "domestico" e il "pubblico" ma portare ovunque uno stile e uno sguardo originale; che non si definisce in termini di contrapposizione-rivendicazione rispetto alla dimensione maschile, né in termini di equivalenza, ma secondo l’insostituibile contributo di unicità che la specificità femminile apporta al genere umano. Che è duale e non dualista, perché «maschio e femmina li creò».
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