martedì 5 settembre 2017

Non è solo una questione di fede, ma di semplice e condivisa umanità: c’è qualcosa di profondo nella nostra natura che ci richiama instancabilmente a quel che è semplice, basilare, comprensibile a tutti, e quindi universale. Agisce in noi un desiderio innato di aderire a ciò che sentiamo di essere, e che ci può liberare da alterazioni del nostro vero profilo, assunte anche senza rendercene conto, per necessità, debolezza o calcolo.

È la nostalgia della verità su noi stessi che parla. Bisogna saperla ascoltare, anche perché spesso la sua voce passa attraverso l’incontro con persone che sanno riportarci con una parola, o la loro stessa vita, a quel nucleo vivo e vibrante dal quale ci sentiamo sempre attratti, e che sa far esprimere il meglio di ciò che siamo. Forse è così che si spiega la capacità di una figura come Madre Teresa di scendere nel cuore di tutti, anche oggi, a vent’anni dalla sua morte a Calcutta, ricca di anni e di bene diffuso a piene mani. C’è ben più della semplice popolarità: la piccola figura avvolta nel sari bianco e blu sembra incarnare un archetipo fondante dell’essere umano sotto ogni cielo, cioè il sapersi fare carico dell’altro per il solo desiderio di condividere la sua condizione di bisogno. A costituirci nella fibra più interna è la nostra necessità di essere in relazione con gli altri come noi afferrando la mano che ci viene tesa, per aiutare o farsi soccorrere. L’essere umano non è solo, mai.

Madre Teresa esprime questa prossimità naturale con tutta la sua persona, fino a diventare il simbolo stesso di un altruismo che è la realizzazione più piena della compagnia reciproca dell’uomo all’uomo. Ma questa osservazione in chiave antropologica non basta ancora a svelare il segreto di una figura in grado di interpellare persuasivamente tutti, oltre ogni differenza religiosa o culturale. Proprio la sua decisione di abbandonare le poche sicurezze e di uscire in mezzo ai «più poveri tra i poveri», accogliendo la «seconda chiamata» di cui fu destinataria nel 1946 a quindici anni dalla scelta della vita consacrata, ci mette di fronte al modello di generosità senza mezze misure che ci è più familiare: quello della mamma, pronta a tutto per custodire la vita dei propri figli.

È quel che indicava papa Francesco un anno fa, nel giorno in cui canonizzava la religiosa, affermando che «è tanto vicina a noi, tanto tenera e feconda, che spontaneamente continueremo a dirle 'Madre Teresa'», lasciando da parte l’appellativo di «santa» che pure le spetta. La maternità non ha bisogno di aggettivi, pare data al mondo proprio perché la sappiamo riconoscere senza mediazioni, sentendocene portati a tornare in noi. Tanto più che i prediletti di Madre Teresa, con i moribondi raccolti lungo le strade di Calcutta, erano i bambini non nati, dei quali fu madre sin davanti a chi le assegnava il Nobel per la pace, a Oslo l’11 dicembre 1979 («io sento che il più grande distruttore della pace oggi è l’aborto...»).

Da una madre ci si attende accoglienza, ascolto, comprensione, perdono. L’abbraccio che dà e non chiede. Per dirla col Papa, Madre Teresa è l’espressione dell’«amore gratuito, libero da ogni ideologia e da ogni vincolo, riversato verso tutti senza distinzione di lingua, cultura, razza o religione». Nel vocabolario cristiano questa disposizione prende il nome di misericordia, la cui radice non è in un’ammirevole scelta filantropica ma nel Cristo crocifisso, assunto a centro spirituale dalle Missionarie della Carità, che continua a dirci 'Ho sete'. «Credo che noi non siamo veri operatori sociali – spiegò la religiosa in Norvegia –. Forse svolgiamo un lavoro sociale agli occhi della gente, ma in realtà siamo contemplative nel cuore del mondo.

Perché tocchiamo il Corpo di Cristo ventiquattro ore al giorno». Per la strada che passa dalla maternità alla contemplazione possiamo forse arrivare alla chiave dell’universalità di Madre Teresa, che prende anche la forma di innumerevoli espressioni d’intensa sapienza («Ama la vita così com’è»; «Niente è piccolo quando l’amore è grande»; «Quello che noi facciamo è solo una goccia nell’oceano, ma se non lo facessimo l’oceano avrebbe una goccia in meno»...). Un segreto che però resterebbe alla fine indecifrabile e incompiuto senza la convinzione al centro della citazione forse più celebre: «Sono come una piccola matita nelle Sue mani, nient’altro».

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