Il più d'amore rende giustizia
martedì 14 maggio 2019

Si parla tanto del gesto del cardinale Konrad Krajewski, che ha ripristinato l’uso dell’energia elettrica, con competenza da vero elettricista, in uno stabile occupato da famiglie altrimenti senzatetto che erano in arretrato con il pagamento del servizio. Come sempre, e tanto più in epoca di campagna elettorale, questo gesto è stato fatto oggetto di prese di posizione vivaci e contrapposte. Ma la cosa non avrebbe dovuto stupire: si è trattato infatti di un gesto profondamente evangelico, e perciò genuinamente scandaloso. La questione di fondo, che ritorna anche qui, è quella che riguarda il difficile rapporto fra il principio dell’amore e il desiderio di giustizia.

La parabola del figliol prodigo è l’esempio, anzi, il modello di ciò che Krajewski ha fatto. Dopo essere andato via, dopo essersi sottratto ai suoi doveri, dopo aver dilapidato la sua parte di eredità, il figlio minore ritorna a casa. L’accoglienza del padre, oltremodo generosa, la conosciamo bene. Così come conosciamo la reazione del fratello più anziano. Sotto un certo aspetto, anzi, solidarizziamo con lui...

Egli aveva continuato a servire il padre, non gli aveva mai disobbedito, e ora s’indigna di fronte al comportamento del padre, che ritiene ingiusto.

Il problema è proprio questo. La questione di fondo è se il principio della giustizia e il principio dell’amore sono fra loro compatibili. È evidente che il padre del figliol prodigo – il Padre che è nei cieli – si muove secondo quest’ultima logica: che è la logica della misericordia e del perdono. Ma sono anche comprensibili le ragioni del figlio fedele. Sono le ragioni di chi crede – anzi, pretende – che chi agisce bene abbia come premio il bene, e che chi agisce male sia invece punito. Salvo poi far esplodere il proprio risentimento quando ciò non avviene.

Se ci si pone in quest’ottica, capiamo non solo le motivazioni del gesto di Krajewski, ma anche il perché di certe reazioni, e soprattutto il motivo per cui esse, da un certo punto di vista, ci sembrano giustificate. È l’istanza della giustizia che sta, o starebbe, alla loro base. È a partire da quest’istanza che sarebbe giustificata anche la reazione di chi, facendo il proprio dovere, non si vede riconosciuto. Altri invece sembrano premiati, pur non rispettando le regole. Sorge, qui, la contrapposizione fra 'noi' e 'loro'. Ed emerge la paura, che alimenta qualsiasi conflitto e che da ogni conflitto viene moltiplicata.

In questo quadro certi gesti, come quello di Krajewski, non solo vanno controcorrente, ma possiedono un valore simbolico che dev’essere capito fino in fondo. Fra amore e giustizia, infatti, non c’è opposizione. L’amore non è mai ingiusto. Esso è semmai un modo per rimediare ai limiti della giustizia, o addirittura alle sue storture. Perché? Perché la giustizia, pur necessaria, è astratta. Essa tratta tutti allo stesso modo, anche se siamo tutti diversi: per le circostanze, per i nostri bisogni, per ciò che la vita ci costringe a fare. È quest’astrattezza che dev’essere corretta. Lo fa appunto l’amore.

Non si tratta dunque, attraverso certi gesti, di mettere in discussione il principio della giustizia e la necessità di rispettare regole comuni. Si tratta di comprendere il fatto che la giustizia uniforma situazioni che non possono essere uniformate. Come dicono alcuni filosofi, essa è il tentativo di rendere comparabili quelle azioni degli esseri umani che fra loro sono incomparabili. Ecco perché deve intervenire l’amore. Esso ci permette di correggere l’astrattezza della giustizia, il suo tentativo di livellare su di un unico piano ciò che è e resta diverso. L’amore non nega la giustizia, ma è chiamato a completarla.

In questa dimensione, che è la dimensione dell’Evangelo, si è mosso il cardinale Krajewski. Ma, anche se il suo gesto può scandalizzare, esso non è così poi strano, e soprattutto non è estraneo a ciò che anche noi siamo indotti a fare, quando qualcuno chiede il nostro aiuto. A una condizione, però: che abbiamo il coraggio di guardare gli altri negli occhi. Se lo facciamo, infatti, capiamo subito che sì, tutti quanti, abbiamo uguali diritti e uguali doveri, ma che, noi e gli altri, siamo diversi, siamo speciali. Perciò solo un’aggiunta di amore è in grado di appagare quel bisogno di giustizia che tutti condividiamo.

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