martedì 30 ottobre 2018
Gentile direttore, ho letto il fondo su “Avvenire” del 23 ottobre di don Mauro Leonardi e devo dire che la penso esattamente all’opposto della sua tesi di fondo che si può sintetizzare nella frase: «
«Matrimonio non chiede perfezione». Ma è passo serio, non riparatore
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Gentile direttore,
ho letto il fondo su “Avvenire” del 23 ottobre di don Mauro Leonardi e devo dire che la penso esattamente all’opposto della sua tesi di fondo che si può sintetizzare nella frase: «Perché il matrimonio fa deflagrare quelle tensioni non risolte che, una vita a due, rende esplicite e amplifica. È vero cioè esattamente il contrario: hai, dirò con un eufemismo, una vita sessualmente disordinata? Allora non ti sposare: non coinvolgere nei tuoi problemi una persona che dovresti amare e rispettare». Potremmo estendere questo ragionamento e dire: «Sei avaro? Allora non ti sposare: non coinvolgere... », oppure «sei lunatica/egoista? Allora non ti sposare... », sino ad arrivare a «sei povero, debole, malato? Allora non ti sposare: non coinvolgere... ». Estremizzando il pensiero del commentatore si potrebbe dire che se non sei perfetto non devi sposarti, perché inevitabilmente quota parte della tua imperfezione sarà condivisa dalla tua sposa/sposo. Sembra una posizione alquanto mondana che non prevede la croce dell’imperfezione, del sacrificio e dell’amore gratuito che supera le nostre miserie. Ricordo che fra i primi santi che il Vangelo ci presenta vi sono un’adultera, un “ladrone” (magari anche assassino), un pubblicano e addirittura ricordo che il primo Papa ha rinnegato Gesù Cristo. Nessuno è perfetto. Io e mia moglie, quando ci siamo sposati eravamo strapieni di difetti e quanto ci è costato riconoscerli e (in alcuni casi) superarli! In questo il matrimonio, così come l’arrivo delle adorate figlie, è stato uno sprone a offrire l’uno all’altra una persona migliore. Oggi siamo ancora strapieni di difetti, ma certamente non abbiamo quello di pretendere la perfezione dall’altro e sicuramente abbiamo imparato a medicare le ferite che a volte, vicendevolmente, ci provochiamo. In definitiva caro direttore, per mia esperienza personale non credo che necessariamente «il matrimonio fa deflagrare quelle tensioni non risolte... »; certamente le porta alla luce in forma critica, e questa è cosa buona e giusta (altrimenti una persona “sessualmente disordinata” potrebbe passare il resto della vita vivendo senza la carità della critica e della crisi che vengono dal confronto con chi ti ama), tuttavia consente agli sposi che si dedichino realmente l’uno all’altra di diventare, con buona volontà ma soprattutto con la preghiera e il perdono, ambedue persone migliori. Con l’augurio di leggere l’opinione di don Leonardi, la saluto con affetto.

Carmine Alfieri

Gentile signor Alfieri, grazie per la sua lettera e grazie al Direttore, per avermela segnalata offrendomi di rispondere: uno dei pregi di “Avvenire”, una di quelle cose che lo fa essere un giornale unico, è il dialogo vero con i lettori. Anche io sono rimasto sorpreso dell’eco di un editoriale («Perché il matrimonio non è un “rimedio”» tinyurl.com/nonrimedio) dove mi sembrava di dire cose ovvie. Qualcuno addirittura, come qualche associazione “pro preti sposati”, mi ha definito, per l’occasione, «prete tradizionalista». Ma io, in fin dei conti, ho solo detto con parole mie quanto papa Francesco affermò nel giugno del 2016 quando ribadì che è «meglio convivere che fare un matrimonio riparatore». Il concetto è semplice: poiché il matrimonio è un passo estremamente serio va compiuto quando si è pronti. Non basta aspettare un bambino per sposarsi: no, appunto, ai matrimoni riparatori. Come per il sacramento dell’ordine, o per i voti religiosi, è necessario essere «persone risolte», analogamente deve avvenire per il sacramento del matrimonio. È proprio una tesi così strana?

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