giovedì 14 giugno 2018

Oggi iniziano i mondiali e «noi non ci saremo». Saremo solo spettatori. Ma forse è meglio dirsi la verità: noi siamo fuori. Non ho intenzione di minimizzare. Per elaborare il lutto bisogna fare i conti con la morte e la nostra esclusione dai mondiali è come una morte. Piccola ma vera. Non credo a quelli che raccontano che tiferanno Argentina o Spagna o Brasile perché i campioni delle loro rispettive squadre militano in quelle nazionali. Magari davanti alla televisione ci staranno, ma nessuno crede a chi racconta che quest’inverno si appassionava al curling come quando scendeva la libera Sofia Goggia.

Se penso ai mondiali, a noi fuori dai mondiali, l’unico ricordo che emerge nitido dentro di me, come una carta stropicciata che era in fondo al cassetto, è quando, da bambino, non mi facevano giocare. Io ero più scarso, forse erano più amici tra di loro, il fatto è che rimanevo fuori. Sono passati più di cinquant’anni ma il nodo allo stomaco successivo all’esclusione è ancora lì. Mi vedo che cammino verso casa, da solo, a testa bassa, in un pomeriggio invernale, in silenzio. Entro, mamma mi chiede come mai torno così presto, e io le dico “niente, all’oratorio non c’era nessuno, non avevano voglia di giocare”. “Non avevano voglia di giocare con me”, era quello che non avevo il coraggio di dire.

Le bocciature sono sempre difficili da raccontare a chi ti vuole bene. Le bocciature sono il bacio della morte e non vuoi fare morire chi ami. Avevo avvertito che non voglio minimizzare. Non mi sembra onesto. Riguardate qualche intervista prima di Italia-Svezia che ci è stata fatale e troverete che l’espressione più dolce è “impensabile un mondiale senza l’Italia”. Impensabile. Come avviene per una malattia, un licenziamento, la fine di un amore.

Penso a quando accade una disgrazia e poi, diciamo a noi stessi, che pensavamo potesse accadere a tutti ma non a noi. Ho ritrovato l’omelia con cui Ratzinger si congedava nel 1982 dai suoi sacerdoti della diocesi di Monaco. Lì parla di un prete che, dopo i primi entusiasmi, lasciò quando fu costretto a sperimentare l’esclusione dalla vita della gente, nessuno più richiedeva il suo aiuto e così avvertì il peso della solitudine fino a chiedersi che senso avesse il celibato. Sono pensieri troppo alti vicini a un’esclusione dai Mondiali? Penso di no perché il calcio, sia che vinci sia che perdi, sia quando sei protagonista sia quando ne sei escluso, è centro e radice della vita esteriore. Proprio così, esteriore non interiore. Il calcio è un ossimoro vivente. Sappiamo tutti che la palla è rotonda e che è solo uno sport ma lo sappiamo solo con la testa. Non con il cuore, non con la pancia, non con le gambe e le braccia che ci fanno mettere in piedi e gridare, imprecare proprio come se la vita e la morte passassero a un metro da noi, e noi potessimo disporne e, soprattutto, esserne soggiogati e risparmiati.

Quanto avveniva un tempo nel circo con i gladiatori affascinava ed atterriva perché avveniva lo spettacolo della vita e della morte vera. Il calcio è riuscito a sublimare tutto ciò ma a farci credere che è tutto vero. Perché nessuno può pensare che un gol sbagliato o segnato a un minuto dalla fine sia solo una palla che varca una soglia. Il 13 novembre scorso a guardare l’Italia che veniva eliminata dalla Svezia c’erano 14.799.000 italiani, che erano il 48,45% dello share. È un dato che esprime appieno l’amarezza che si abbatterà su di noi il prossimo mese. Ecco perché io vorrei passare direttamente da oggi al successivo 15 luglio, il giorno della finale. Quel giorno, questa volta, sarà la fine del nostro “stare fuori”. Comincerà alle 17 e 90’ minuti dopo saremo di nuovo dentro. Con gli altri.

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