martedì 17 gennaio 2017

Il governo italiano ha stabilito che esistono almeno due categorie di genitori. Quelli di serie A che, per soddisfare il loro desiderio di genitorialità, potranno contare su un rimborso da parte dello Stato attraverso le Regioni. E quelli di serie B che continueranno a sborsare di tasca propria decine di migliaia di euro. La discriminazione è ribadita e sottolineata dall’approvazione dei nuovi 'Lea' – Livelli essenziali di assistenza – per la fecondazione eterologa. Le coppie che decideranno di percorrere la strada della procreazione medicalmente assistita anche con il discutibilissimo e mercantile intervento di 'fornitori' di ovuli femminili e/o seme maschili esterni alla coppia, godranno di una copertura totale delle spese. Chi invece farà l’apprezzabilissima scelta di aprirsi all’accoglienza di un bambino senza genitori, verificando le opportunità offerte dall’adozione internazionale, non otterrà alcun sostegno. Continuerà a pagare tutto, perché lo Stato – succede ormai dal 2011 – ha deciso di non corrispondere neppure un euro.

Si tratta di una disparità di trattamento grave, che non trova giustificazioni né dal punto di vista morale, né da quello economico e neppure per quanto riguarda la percentuale di successi. Sul piano etico, sulla base di un approccio del tutto laico, lo Stato dovrebbe guardare con identico favore e sostenere con gli stessi interventi, chi comunque decida, secondo modalità previste dalla legge, di far crescere la propria famiglia. Basterebbe a imporlo l’emergenza dell’«inverno demografico» che – come più volte documentato – sta già facendo sentire i suoi morsi sul sistema previdenziale, sulla scuola, sulla sanità. E allora perché la scelta preferenziale per la fecondazione eterologa? Offre forse agli aspiranti genitori maggiori possibilità di successi? Niente affatto.

Le statistiche sulla procreazione medicalmente assistita, quelle reali e non quelle ideologiche o pilotate per ragioni commerciali, parlano di una percentuale di 'bambini in braccio' che varia dal 17 al 22%. Vuol dire che almeno otto coppie su dieci, dopo trattamenti estenuanti e talvolta pericolosi per la salute della donna, saranno costrette a cambiare strada per realizzare la propria speranza di genitorialità. E finiranno per bussare alla porta delle associazioni che si occupano di adozione internazionale. Sono gli stessi enti a raccontarlo, quando descrivendo la tipologia delle coppie che chiedono di avviare le pratiche, riferiscono che ormai il 90% ha alle spalle uno o più tentativi con la fecondazione omologa o eterologa. Quali aspettative per queste coppie che, dopo l’amarezza derivante dalla sterilità biologica, sono costrette a fare i conti con l’illusione della falsa onnipotenza della medicina procreativa? Sarebbe facile affermare che per la stragrande maggioranza delle coppie, una volta ottenuto il via libera dal tribunale, la strada dell’adozione internazionale potrebbe essere quella giusta.

Sarebbe facile se il governo italiano, con una serie di omissioni francamente incomprensibili, non avesse deciso di rendere questa opzione un percorso a ostacoli quasi impraticabile. La Commissione per le adozioni internazionali è un ectoplasma. L’ultima riunione deliberante risale al novembre 2013, oltre tre anni fa. A novembre è scaduto il mandato del direttore generale, e nessuno si è preoccupato di rinnovare l’incarico. Il personale si va riducendo, il sito è paralizzato da mesi, la linea telefonica con le famiglie interrotta. Alcuni osservatori hanno fatto notare che la crisi, anzi la vera e propria evaporazione dell’organismo, dipende dal calo generalizzato delle adozioni, più che dimezzate in sei anni. Erano oltre 4mila del 2011, sono state circa 1.800 nel 2016. Forse però è vero il contrario.

Le adozioni calano anche perché la struttura che per legge – la 184 del 1983 – dovrebbe preoccuparsi di governarle, indirizzarle e promuoverle è diventata un fantasma. Non deve stupire che, in questo vuoto, le delegazioni dei Paesi che vorrebbero avviare contatti con l’Italia, o incrementare quelli esistenti, non trovino interlocutori e decidano di puntare altrove. Solo negli ultimi mesi è la sorte capitata ai rappresentanti di Vietnam, Bolivia – che dopo 7 anni ha riaperto le adozioni – e Russia. Avvolti nel mistero anche i motivi per cui l’ex ministro e attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi, nominata presidente della Cai il 10 maggio scorso, non sia mai riuscita a convocare la commissione.

E ora, caduto il governo Renzi, l’incarico rimane vacante. Insomma, una serie di interrogativi senza risposta che contribuisce ad aumentare il senso di sfiducia e di disorientamento delle associazioni che si occupano di adozioni e, di conseguenza, a lasciare nell’incertezza le famiglie che vorrebbero affrontare il percorso che porta ad accogliere come figlio un bambino in difficoltà. Aspirazione umanamente condivisibile, ma anche di valore immenso sul piano della fraternità e della solidarietà internazionale, che negli ultimi tre anni il governo italiano ha invece depresso e scoraggiato. Ora, è arrivato il sovrappiù della discriminazione rappresentata dall’approvazione dei 'Lea' per l’eterologa e che potrebbe rappresentare per le adozioni internazionale il colpo fatale. Una scelta che nessuno riesce a capire da quale strategia sia governata e neppure a chi possa giovare. Al bene comune sicuramente no.

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