Dove sta il bene e la vera forza
sabato 22 dicembre 2018

Non è il Papa a fare la Chiesa. Non solo quello attuale, nessun Papa fa la Chiesa. E non sarà certo il Successore del Pescatore di Galilea, il peccatore-perdonato, a sedarne le improvvide tempeste, a redimerla dai suoi mali, dalle sue piaghe, dalle sue afflizioni. Perché «la sua forza non sta in noi» ma «in Cristo Gesù, Salvatore del mondo e Luce dell’universo, che la ama e ha dato la sua vita per lei». Perché «la vera forza della Chiesa e del nostro lavoro giornaliero, tante volte nascosto, sta nello Spirito Santo che la guida e la protegge attraverso i secoli».

È questo passaggio, che papa Francesco ha voluto in sostanza sottolineare negli auguri natalizi rivolti ieri alla Curia nel mezzo delle turbolenze odierne del mondo, sciorinando i momenti difficili vissuti quest’anno dalla barca della Chiesa «investita da tempeste e uragani». Un passaggio finale, ma centrale. Davvero un punto essenziale. Non solo per la Curia. Perché dice la natura propria della Chiesa che la differenzia da quella di un organismo aziendale con le sue best practices, le sue buone pratiche. Del resto, anche il predecessore di Francesco, Benedetto XVI ha sempre ripetuto che la Chiesa per sua natura non si auto-redime, non è autosufficiente, non vive per forza propria, perché «la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è Sua e non la lascia affondare», è «Lui che la conduce», Lui a guarire e a redimere anche le afflizioni della Chiesa stessa, come nel dicembre di cinquant’anni fa aveva già indicato san Paolo VI: «Il Papa non ritiene di dover seguire altra linea che non sia quella della confidenza in Gesù Cristo, a cui preme la sua Chiesa più che non a qualunque altro. Sarà Lui a sedare la tempesta...».

Perciò nel medesimo riconoscimento che anche oggi la Chiesa può solo chiedere a qualcun Altro di essere liberata dal male, papa Francesco ha mostrato con fiducia che essa può salvarsi proprio perché la sua salvezza non è ultimamente nelle mani degli uomini di Chiesa. Se il 2018 è stato l’anno di un nuovo diluvio universale di notizie su scandali finanziari e peccati e crimini sessuali perpetrati anche da cardinali e vescovi, l’apparato ecclesiastico più esposto a nuove patologie è proprio quello che pretende di risolvere da sé i suoi problemi.

Una presunzione che impedisce anche di guardare davvero in faccia il mistero del male, affidandosi a rimedi che nascondono i sintomi, senza riconoscere ciò che manca. Sulla pedofilia e sugli abusi sessuali del clero papa Francesco ha ieri duramente ribadito e riproposto – e continuerà a farlo, fino alla fine – l’impellente necessità di seppellire per sempre le prassi ecclesiastiche che in passato garantivano impunità a pedofili e abusatori, continuando e consolidando l’introduzione degli standard della “tolleranza zero”.

Ma non si può dimenticare che tutte le procedure disciplinari e le disposizioni punitive, le linee guida, i protocolli, le profilassi non basteranno da sole a estirpare del tutto patologie e perversioni nel clero e a scardinare dissimulazioni e ipocrisie di chierici dalla doppia vita. La Chiesa non potrà mai trasformarsi in un tribunale speciale capace di annientare in sé – come recita il Catechismo della Chiesa cattolica – il «mistero del male» e le «potenze inique » che lungo la storia la insidiano.

Così come – sant’Agostino insegna – essa non è capace di sradicare tutte le infedeltà di quanti «tradiscono la loro vocazione, il loro giuramento, la loro missione, la loro consacrazione a Dio e alla Chiesa e si nascondono dietro buone intenzioni per pugnalare i loro fratelli», e di quanti creando divisione e sconcerto si fanno seminatori di zizzania nelle varie comunità dei fedeli, come anche dalle cattedre episcopali. Questo infatti, ricorda il Papa sulla scia di Agostino, non è una novità nella storia della Chiesa. Se dunque «Davide peccatore e Giuda Iscariota saranno sempre presenti nella Chiesa », come «icone dei peccati e dei crimini compiuti da persone elette e consacrate », «il male commesso da alcuni figli della Chiesa non potrà mai oscurare la bellezza del suo volto.

I gravi mali commessi da taluni non potranno mai offuscare tutto il bene che la Chiesa compie gratuitamente nel mondo». In mezzo a tanti tormenti del nostro tempo è necessario perciò tornare a considerazioni molto semplici: «Noi non diciamo grandi cose ma le viviamo», scriveva san Cipriano, capo di una comunità formata allora quasi esclusivamente da povera gente. E anche oggi dobbiamo dire grazie a questa «plebe di Dio» che non cerca «di mettersi sulle prime pagine dei giornali o di occupare i primi posti», a queste «persone dimenticate dai mass media, ma senza le quali regnerebbe il buio», che con il loro vissuto fanno sì che la nostra vita su questa terra non sprofondi nelle afflizioni infernali, e possa essere promessa e caparra di bene.

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