Perché l’azione e la contemplazione non sono in opposizione, ma sorelle
sabato 12 dicembre 2020

Gentile direttore
leggendo il suo rapido dialogo del 3 dicembre scorso con un lettore che si riferiva all’editoriale di Francesco Ognibene del 26 novembre precedente, sono rimasto perplesso, sia per il contenuto della lettera sia per la sua risposta. Mi spiego. In questa epoca sembra che la Chiesa si sia completamente dimenticata dell’escatologia, della contemplazione, della mistica. A giudicare da quanto ho letto, sembrerebbe che gli unici due tipi di cattolici esistenti siano, da un lato quelli tutti chiusi nel loro egoismo, dall’altro, i cattolici pienamente responsabili, impegnati nel sociale, nel volontariato, nella carità, ridotta però a pura solidarietà. (Ma si può essere solidali senza essere cattolici e nemmeno credenti). E allora mi chiedo; i milioni di cattolici che nella storia, ma anche nel presente, religiosi e semplici laici, si sono dedicati a Dio, anima e corpo, nella preghiera e nell’ascesi, e che non hanno mai fatto nessuna opera visibile agli occhi umani, che cosa sono? Dei poveri egoisti indifferenti alle sorti del mondo e del prossimo? Io credo che la Chiesa sia oggi presa da una tale ansia del "fare", da non distinguere più tra carità cristiana - che è prima di tutto carità verso Dio - e solidarietà, virtù encomiabile, ma semplicemente umana. Conosco tantissimi cattolici, spesso tacciati di egoismo, che aspirano a qualcosa di più che essere dei "bravi assistenti sociali". Se la Chiesa in futuro avrà ancora qualcosa da dire, sarà proprio per questi "cattolici inutili", completamenti persi nel mistero di Dio. Diceva Karl Rahner: «Nel nuovo millennio il cristiano sarà un mistico o non sarà».
Francesco, laico contemplativo

Gentile amico, ho colto bene il senso della sua garbata e vibrante protesta, e ammetto di essere rimasto a mia volta interdetto. Sarà che sono originario di Assisi, e che ho imparato a conoscere sin da giovanissimo la generosa ricchezza della vita contemplativa, ma non mi sfiora neanche il pensiero che un mistico o una mistica cristiani non siano anche un uomo o una donna di carità. E, quindi, che ovunque e comunque lei stesso viva questo specifico dono di sé possa essere "chiuso" e manchi di essere "aperto" verso la «carne di Cristo», i poveri. Il meraviglioso paradosso della clausura e di molti eremitaggi (compresi quelli che chiamiamo di città) è forse soprattutto qui. Gli anni mi hanno confermato che oggi come ieri attorno ai mistici e alle mistiche, ai contemplativi e alla contemplative si sprigionano meravigliose energie solidali e nascono opere anche grandi, sempre speciali, spesso straordinarie. Basterebbe citare padre Pio o Carlo Carretto, ma voglio rendere omaggio alle claustrali e ai claustrali e ai concretissimi circuiti di bene che s’irradiano da tanti Monasteri e Carmeli pur nella povertà della vita di preghiera, studio e nascosto servizio di queste sorelle e di questi fratelli. Non le nascondo, poi, che porto nel cuore i momenti nei quali le voci di preghiera delle sorelle clarisse e carmelitane si sono fatte, anche attraverso le pagine di questo giornale, esemplare memento per tutti noi del dovere dell’amore fraterno che si fa, nel nome di Dio, impegno "senza se e senza ma" per la giustizia e per la pace. Ci hanno spiegato che contemplazione e azione sono sorelle, e lo hanno fatto con dolcezza cristiana che è eco della Parola che è il Figlio. Il Figlio che ci è dato e che viene sempre «a farsi carne per la nostra salvezza, come il cammino verso Natale può ancora una volta aiutare a ricordare.

Ho riletto quasi per caso, venerdì scorso 11 dicembre, alcune pagine della vita di san Daniele lo stilita, considerato tra i più grandi di questa schiera di mistici estremi, secondo forse solo a san Simeone. E mi ha colpito nella parabola della vita di quel Santo l’ennesima dimostrazione che si può essere completamente nel "tempo di Dio" eppure restare immersi nel "tempo della città" ogni volta che c’è un soccorso da dare o un passaggio decisivo da illuminare, con la preghiera d’intercessione, ma anche con apparentemente semplici gesti d’amore per persone in carne e ossa e per la più vasta comunità di cui è parte. Non dubito, sia chiaro, gentile Francesco, che la sua vocazione e la sua esperienza possano essere diverse. Ma non penso affatto che la Chiesa «si sia completamente dimenticata dell’escatologia, della contemplazione, della mistica» e non capisco la polemica con la «Chiesa del fare» (sebbene sappia che non è l’unico a condurla). Il viaggio tra i mistici di questo tempo che il collega Roberto I. Zanini sta conducendo in luoghi appartati e nel cuore di aree urbane (e che pubblichiamo anche in questa domenica nelle pagine della sezione culturale Agorà) aiuta a vedere in atto storie coinvolgenti e una memoria viva, che si rinnova. E di questo è soprattutto testimone papa Francesco: che unisce, come tutti i pontefici che ho conosciuto e imparato ad amare nella mia vita (sono nato nel marzo del 1958), contemplazione e azione e che, pur benedicendo e sostenendo l’impegno delle ong cattoliche e di altra ispirazione, ci rammenta spesso che la Chiesa «non è una ong». Per rendersene conto basta ascoltarlo, basta leggere i testi che scrive e le preghiere che sempre li concludono e che sempre ha scelto emblematicamente di consegnare a cristiani e non cristiani. E poi, ripeto, non riesco a pensare una «carità verso Dio» che non sia anche carità verso i fratelli e le sorelle. Certo non riesco a pensarla nel cammino sulle via che è Cristo. Mi tornano in mente le parole del vescovo Tonino Bello: «La stola e il grembiule (...) sono come l’altezza e la larghezza di un unico panno di servizio, il servizio reso a Dio e quello offerto al prossimo». E con rispetto le confermo ciò che ho imparato sin da bambino, vedendolo accadere: il saio dei contemplativi è sempre, persino in modi stupefacenti, anche grembiule di carità fraterna.

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