domenica 8 maggio 2011
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Evviva le radici. Quelle che consentono all’erba di cre­scere allegra. Senza radici, l’erba non ha futuro. Strapparla dal suo­lo non significa renderla più li­bera ma, semplicemente, ucci­derla.Evviva le radici, dunque. Quelle che ieri Benedetto XVI è andato a cercare, contemplare, respirare ad Aquileia. Le radici delle genti del Nordest. Ma anche del cre­dente Joseph Ratzinger: le stesse radici cristiane di Monaco di Ba­viera affondano lì, sulle rive del­­l’Adriatico, all’estremità occiden­tale del grande ponte con l’O­riente. Andare alle radici, ossia al­le origini, per saper inventare il futuro, «per una nuova evange­lizzazione, per consegnare alle generazioni future l’eredità pre­ziosa della fede cristiana».Tutti abbiamo bisogno di radici. La cultura popolare, ancora una volta, fornisce esempi lampanti. Per riscattarsi, acquisire un’i­dentità e dare il proprio origina­le contributo alla vita degli Stati Uniti, il popolo nero deve risali­re a ritroso lungo la via crucis del­la schiavitù fino alle terre d’Afri­ca, e il libro di Alex Haley, Roots ('Radici'), divenuto negli anni Settanta un fortunato sceneg­giato televisivo, è la prova di que­sta insopprimibile esigenza. E in Italia? Viene in mente, d’acchito, «la casa sul confine dei ricordi» cantata da Francesco Guccini (ancora Radici, canzone e al­bum), là dove «ricerchi le tue ra­dici, se vuoi capire l’anima che hai». Le radici sono un intreccio che risale fino ad avvolgerti: «E te li senti dentro quei legami / i riti antichi e i miti del passato». Radici di cui non sempre è sem­plice decifrare il senso. L’erede può faticare a comprendere qua­le sia l’eredità, eppure «le tue ra­dici danno la saggezza / e provi un grande senso di dolcezza». Sono le radici di chi si sente pre­so per mano e amato.È un canto laico, eppure intriso di cristianesimo essenziale. Ieri Be­nedetto XVI esortava veneti, friu­lani e giuliani: «Custodite, raffor­zate, vivete questa preziosa ere­dità. Siate gelosi» di essa. Fino a coniare un ossimoro, figura reto­rica poco frequente nel magiste­ro della Chiesa: il Vangelo va por­tato «con delicata fierezza». Con orgoglio, ma senza arroganza. Con garbo, ma senza debolezza. La misura della «delicata fierezza» è racchiusa nelle radici più profonde, quelle della Lettera a Diogneto, risalente ai primi pas­si della comunità cristiana. I cri­stiani stanno «in mezzo agli altri uomini con simpatia (...), tesi a costruire insieme a tutti gli uo­mini di buona volontà una 'città' più umana, più giusta e solidale». La tentazione, specialmente in questi tempi di materialismo rampante, è duplice. Adeguarsi, nell’ansia – comprensibile, ma non giustificabile – di farsi accet­tare. Annacquare, tagliandone le radici, la novità cristiana per di­venire i gregari, o gli inutili idio­ti, di culture tanto apparente­mente vincenti quanto sostan­zialmente fragili e passeggere. Oppure contrapporsi arroccan­dosi nella propria cittadella fatta di certezze, fierissimi senza deli­catezza alcuna, ringhiosi nel ti­more di apparire arrendevoli.Il cristianesimo e i cristiani sono per tutti. Le loro radici non sono 'proprietà privata' e gelosa, ma un bene offerto a chiunque lo ap­prezzi, una risorsa per l’intera so­cietà. Con questo spirito il Papa ieri invitava a non farsi travolge­re da amarezze e pessimismi e chiusure. Il ponte non va taglia­to ma rinforzato, non stretto ma allargato. Le radici sono patri­monio dell’Italia intera, dell’Oc­cidente, del mondo tutto quanto. E chi, cristiano, si assume re­sponsabilità politiche – il Papa ha esortato per l’ennesima volta un impegno in tale direzione – que­sta ricchezza dovrà mettere in gioco. Fiero, e delicato assieme.
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