Debre Libanos 1937, strage italiana
mercoledì 16 ottobre 2019

Furono costretti a salire, uno a uno, sui camion militari. Portati in una zona impervia e solitaria perché la popolazione doveva sapere – e temere – ma era meglio che non vedesse con i propri occhi tutto quel sangue e quelle urla, chissà come poteva reagire. Duecentonovantasette monaci e centoventinove diaconi, uccisi a colpi di mitragliatrice e di fucile.

Gli storici faranno fatica a trovare nella storia moderna una strage di religiosi cristiani paragonabile, per numeri e modalità, a quella che si consumò nei pressi del monastero copto-ortodosso di Debre Libanos, in Etiopia nel maggio del 1937; forse mai negli ultimi secoli così tanti monaci e diaconi (426) furono giustiziati tutti insieme, nello spazio di poche ore, senza alcuna pietà. Senza contare le vittime "civili", ovvero pellegrini e fedeli comuni che in quei giorni gravitavano attorno al monastero e anch’essi passati per le armi, un numero ancora imprecisato, secondo alcune fonti circa un migliaio.

Fu il regime fascista, l’esercito italiano nella persona del generale Pietro Maletti a compiere il massacro: ordine del vicerè Rodolfo Graziani, una rappresaglia voluta come risposta all’attentato da lui subito tre mesi prima e rivendicata con orgoglio: «Non è millanteria la mia quella di rivendicare la completa responsabilità della tremenda lezione data al clero intero dell’Etiopia [...]. Ma è semmai titolo di giusto orgoglio per me aver avuto la forza d’animo di applicare un provvedimento che fece tremare le viscere di tutto il clero, dall’Abuna all’ultimo prete o monaco, che da quel momento capirono di dover desistere dal loro atteggiamento di ostilità a nostro riguardo».

Una pagina nera della storia patria, fino a pochi anni fa del tutto sconosciuta all’opinione pubblica, un vero tabù nei manuali di storia e persino in alcuni ambienti ecclesiastici dove pesava l’imbarazzo per i silenzi delle gerarchie di fronte a quello scempio. Altri tempi. È merito di uno splendido documentario realizzato da Tv2000 (firmato da Antonello Carvigiani, Andrea Tramontano e Dolores Gangi) e di questo giornale che hanno dato eco mediatica all’azione di storici ostinati come Del Boca, Riccardi. Impagliazzo e Campbell se l’eccidio di Debre Libanos è uscito dal cono d’ombra in cui era stato nascosto. Eppure, a distanza di 82 anni, mai sono giunte le scuse dell’Italia alla Chiesa copta etiope e mai nessuna autorità del nostro Paese si è sentita in dovere di deporre un fiore sui luoghi dell’eccidio.

Una foto storica che testimonia l'eccidio di Debre Libanos (Esclusiva Tg2000)

Una foto storica che testimonia l'eccidio di Debre Libanos (Esclusiva Tg2000)

Sembrava che qualcosa stesse per muoversi due anni fa, otto decenni dopo la strage. Il 22 maggio 2017 un comunicato del Ministero della Difesa – all’epoca il titolare era Roberta Pinotti – rompeva per la prima volta il silenzio, annunciando la costituzione di una commissione storica di indagine. Preludio, così il tono di quelle parole lasciava intendere, a un possibile atto ufficiale di rincrescimento e richiesta di scuse: «Era il 21 maggio del 1937, durante l’occupazione italiana dell’Etiopia, per rappresaglia, il regime fascista fece strage della comunità dei copti; monaci, studenti, e fedeli del monastero di Debre Libanos. L’eccidio durò vari giorni, crudele e metodico. (...) Per tenere viva la memoria di quei fatti e riaffermare i valori universali della civiltà umana, il Ministero della Difesa costituirà un gruppo di lavoro composto da studiosi, militari ed esperti finalizzato a un approfondimento storico della vicenda. Per non dimenticare».

Passarono i mesi, passarono gli anni, ma a quell’annuncio coraggioso non seguì alcun passo concreto. In modo informale dalla Difesa filtrò l’indiscrezione che a bloccare l’iniziativa fosse la resistenza di vertici militari che non avevano gradito la decisione del ministro. Forse il timore era che il caso di Debre Libanos potesse innestare una serie di revisioni storiche a catena.

Forse si temeva di porre sotto perenne processo storico l’operato dei militari infangando il buon nome dell’Esercito italiano. Ragioni pure astrattamente comprensibili ma qui, di fronte a un crimine molto specifico e 'crudele', non si trattava (e non si tratta ora) di gettare fango sulle uniformi, ma semmai di pulire la divisa e l’onore da una brutta macchia storica. Sarebbe bello se il nuovo Governo e il nuovo ministro appena insediato, Lorenzo Guerini, riprendessero il testimone caduto a terra, compiendo un gesto coraggioso. Chiedere il perdono è sempre difficile. Chiederlo a degli africani oggi può suonare poco popolare.

I sondaggisti forse sconsiglierebbero. Ma bisogna avere fiducia nell’intelligenza e nel cuore di milioni di italiani. Quando – davanti a Dio e all’umanità – si segue la propria coscienza, mossi solo da un sincero desiderio di verità e giustizia, si dorme molto meglio e ci si risveglia di solito più forti e pieni di energie.

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