Anziani e badanti, la forza di un abbraccio di debolezze
mercoledì 7 febbraio 2018

È noto come l’Italia sia tra i Paesi con la popolazione più vecchia al mondo, per effetto della bassa natalità e dell’innalzamento della speranza di vita. Gli over 65 erano il 13,7% nel 1985, il 20,1% nel 2015, e potrebbero essere più del 30% tra una ventina d’anni: un anziano ogni tre persone.

Visto il parallelo mutare del rapporto tra quarta età e familiari in grado di prestare assistenza, la soluzione è stata ed è far ricorso a immigrati – donne, specialmente, e concentrate nelle grandi città – che hanno progressivamente sostituito figli e nipoti come caregivers. Le "badanti" (tra le 350mila e le 600mila persone, a seconda delle stime disponibili) rappresentano da tempo la principale risposta all’aumento del fabbisogno di cure non specialistiche associato con l’invecchiamento demografico, al modificarsi delle dinamiche familiari e lavorative, a una certa inadeguatezza dei servizi socio-assistenziali.
D’altra parte non tutto il male viene per nuocere. L’impossibilità di contare su strutture assistenziali "scandinave", unita alla nota propensione degli italiani per la casa di proprietà, ha comportato un tasso di istituzionalizzazione degli anziani meno marcato che all’estero, a favore della permanenza degli anziani a casa il più a lungo possibile, con un’assistenza di tipo domiciliare.
Si è andata delineando nel tempo una relazione particolare, consistente nell’incontro tra persone differenti, ma tutte obbligate a ovviare alla propria fragilità: donne straniere alla ricerca di lavoro e di sistemazione abitativa con anziani in condizione di dipendenza.

Non stupisce che papa Francesco abbia voluto mettere tale felice abbraccio di debolezze al centro del suo recente discorso alla comunità greco-cattolica ucraina a Roma.
«Vorrei rivolgere un pensiero riconoscente alle tante donne che in molte famiglie italiane si prendono cura delle persone attraverso una presenza premurosa. Vi invito a considerare il vostro lavoro, faticoso e spesso poco appagante, non solo come un mestiere, ma come una missione: siete i punti di riferimento nella vita di tanti anziani, le sorelle che fanno loro sentire di non essere soli. E voi, che fate questo mestiere di badanti degli anziani, vedete che loro vanno al di là, e forse li dimenticate, perché ne viene un altro, e un altro […] ma saranno loro ad aprirvi la porta, lassù, saranno loro».

Parole toccanti, che hanno saputo cogliere il valore di un servizio in genere rifiutato da lavoratori italiani, ma anche il bisogno di relazione che caratterizza la solitudine di tanta gente avanti con l’età. E che ci ricordano come il mondo degli immigrati sia sempre più compenetrato con quello degli italiani di origine. Già oggi la nostra casa è la loro casa. Sarà ancor più vero nel futuro. Gli stranieri sono con noi. E per tanti è un fatto fondamentale, in certi casi una benedizione.
Mi sembra che la condizione e il "genio" delle badanti dica molto al nostro tempo e all’inaccoglienza che si diffonde. Più volte – e in ultimo nel suo Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato – Francesco ha articolato il suo discorso attorno a quattro verbi: «Accogliere, proteggere, promuovere e integrare».

Sono verbi che – certamente – siamo chiamati a coniugare attivamente, come individui e come società. Ma, paradossalmente, di quegli stessi verbi siamo pure fruitori passivi: le badanti accolgono la debolezza dei nostri anziani, proteggono la loro fragile salute, promuovono un’esistenza che altrimenti sarebbe destinata a spegnersi nel limite o nell’abbandono, integrano quel "vecchio continente" nella vita di tutti i giorni, riscattandolo dallo scarto cui sarebbe destinato.

Quando leggo che l’utilizzo delle badanti consente allo Stato un risparmio pari a 6,7 miliardi di euro (dati della Fondazione Moressa), quando ascolto l’esperienza di anziani rinati alla vita grazie a chi si prende cura di loro – anche se non parla bene la nostra lingua, anche se ha un colore della pelle differente –, mi convinco che accogliere, proteggere, promuovere e integrare è un programma che può salvarci tutti, vecchi e nuovi italiani, che c’è un motivo per cui condividiamo tutti insieme questa casa che si chiama Italia.

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