venerdì 27 giugno 2014
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​Settimo: «Non rubare!» – recita il Decalogo. Imperativo che risuona categorico alle nostre orecchie dai banchi del Catechismo. Risuona forte di fronte alla raffica di scandali e di ruberie per corruzione, nel nostro Paese, in presenza di grandi opere pubbliche. Imperativo che vale sempre, a tutela di ogni bene e diritto altrui. Non solo il bene/diritto di un individuo, ma anche il bene/diritto di tutti, che si chiama bene comune, bene della Città e dello Stato, vale a dire della comunità dei cittadini. Impossessarsi del quale si chiama furto. Non importa l’assenza d’estorsione fisica: non è il "furto con scasso", la "rapina a mano armata" del ladro evidentemente tale. Si può rubare senza compiere effrazioni di sorta, senza torcere un capello a nessuno. Dove il furto prende la dizione edulcorante di bustarella, mazzetta, tangente. Nella forma subdola e perversa del concorso delle parti, che si chiama corruzione: relazione di complicità nel furto tra corruttore (che dà denaro o altri vantaggi a un politico o amministratore, perché storca a suo vantaggio una risorsa pubblica), e corrotto (che accondiscende all’intrigo). Relazione che può avvenire a parti invertite, nella forma della concussione: dove il corruttore è l’amministratore che – abusando della sua qualità o delle sue funzioni – induce qualcuno a dargli denaro o altra utilità, in cambio di un favore attinto a pubbliche risorse. La correità nell’azione, che la occulta agli occhi della gente, non solo non toglie nulla alla sua immoralità, ma l’aggrava col velo di simulazione e fraudolenza che la ricopre. Normalmente queste persone si accreditano all’opinione pubblica come gente ammodo e perbene: gente insospettabile, che ha raggiunto livelli elevati di onorabilità sociale. Così da occultare bene la frode e simulare la perfidia. Non a caso proprio ieri il procuratore generale presso la Corte dei Conti, Salvatore Nottola, ha denunciato che «la corruzione può attecchire dovunque: nessun organismo e nessuna istituzione possono ritenersene indenni». Ma l’uomo non vale per quello che appare, per l’immagine che dà di sé. Vale per quello che è. Un corruttore o corrotto è un ladro e un disonesto. Il che dice di più di un peccatore. Ascoltiamo e impariamo da Papa Francesco, che ci spiega il Vangelo. «Ci farà molto bene, alla luce della parola di Dio, imparare a discernere le diverse situazioni di corruzione che ci circondano e ci minacciano con le loro seduzioni. Ci farà bene tornare a ripeterci l’un l’altro: "Peccatore sì, corrotto no!", e a dirlo con timore, perché non succeda che accettiamo lo stato di corruzione come fosse solo un peccato in più. Il corrotto passa la vita in mezzo alle scorciatoie dell’opportunismo, al prezzo della sua stessa dignità e di quella degli altri. Il corrotto ha la faccia da "non sono stato io", "faccia da santarellino", come diceva mia nonna. Si meriterebbe un dottorato honoris causa in cosmetica sociale. E il peggio è che finisce per crederci. E quanto è difficile che lì dentro possa entrare la profezia! Per questo, anche se diciamo "peccatore, sì", gridiamo con forza "ma corrotto, no!"». Perché – spiega il Papa – «per il peccato c’è sempre perdono, per la corruzione, no». «Il cuore di questa gente – accostata ai farisei del Vangelo – si è indurito e da peccatori sono scivolati, sono diventati corrotti. È tanto difficile che un corrotto riesca a tornare indietro. Il peccatore sì. Ma il corrotto è fissato nelle sue cose». E questa fissazione lo indispone alla conversione. La corruzione è un autoinganno, che radica il corruttore/corrotto nella sua ipocrisia. Egli riesce a occultare talmente bene la truffa da convincersi della sua "normalità" all’altrui e al proprio sguardo. Francesco li paragona ai «sepolcri imbiancati» del Vangelo: «Una putredine verniciata: questa è la vita del corrotto. Gesù non li chiamava peccatori. Li diceva ipocriti». Gente – questi «devoti della "dea tangente"» – che «porta con sé non il denaro che ha guadagnato, ma la mancanza di dignità!». Dal momento che nella denuncia non vogliamo cadere nel moralismo farisaico e ritenerci immuni dalla tentazione e dalla caduta, raccogliamo l’invito del Papa alla preghiera che converte: «Chiediamo al Signore di fuggire da ogni inganno, di riconoscerci peccatori. Peccatori sì, corrotti no».
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