Accompagnare senza paura
martedì 9 gennaio 2024

«Infine, la via della pace passa per l’educazione, che è il principale investimento sul futuro e sulle giovani generazioni». Si sa, nell’arte retorica del parlare o dello scrivere si lascia per ultimo il contenuto decisivo. E questa mi pare sia stata la scelta di papa Francesco, nel discorso al Corpo diplomatico presso la Santa Sede, pronunciato ieri mattina. Come dire: «Illustri signore e signori, l’affresco globale che ho tracciato e il forte auspicio che vi ho trasmesso come può non restare un flatus vocis, come lasciarci con la possibilità di un’azione concreta che porti il cambiamento urgente e necessario?».

Già san Giovanni XXIII era consapevole che la propria voce poteva rischiare di non essere ascoltata: lo scriveva nella Pacem in terris, sessant’anni fa, mentre disegnava l’architettura per un mondo in pace e incoraggiava le persone, le famiglie e ogni piccola aggregazione umana a diventare laboratorio artigiano di pace.

C’è una via, dice papa Francesco, percorribile da tutti noi, iniziando da oggi, e che non inganna perché, praticata, porta frutti sicuri e duraturi: la via dell’educazione. Di più: è l’unica via che autentica il nostro pensiero e lo piega all’onestà. Solo se agiamo sul terreno dell’educazione le parole che pronunciamo possono avere il valore che viene dalla coerenza. E questo vale per tutti: ambasciatori, politici, cittadini e cittadine. È semplice e disarmante, come lo deve essere ogni discorso sull’educazione. La pace è un bene comune che riguarda ciascuno e ciascuna. Ognuno è educatore, senza nulla togliere a chi lo è di professione.

Tutti possiamo andare oltre i limiti di velocità, magari con i figli a bordo, o rispettarli. Tutti possiamo voltarci da un’altra parte, risucchiati nell’indifferenza, oppure agire verso chi soffre, con una telefonata per rompere un isolamento colmo di angoscia. Tutti possiamo dedicare un po’ di tempo all’ascolto a chi ce lo chiede. Tutti possiamo prenderci cura dell’ambiente, essere parsimoniosi o sprecare... Educare. Un’accoglienza profonda e duratura dell’altro semplicemente perché esiste, per quello che è; una spinta fortissima verso l’altro perché raggiunga tutto quello che può diventare, traversando fragilità e paure. Un abbraccio e un’attesa. Una presenza e un’assenza, l’una per salvare dall’angoscia e l’altra per accettare la solitudine, passando dentro i mille conflitti della vita. Questo è il dono dell’educazione. Riceverlo è come un patrimonio eterno, «dove né tignola né ruggine lo consumano».

Si tratta della pratica dell’amore che permette di interiorizzare e vivere giustizia, libertà, verità, senza bisogno di ripeterle. Una via e una vita di pace non perché esclude i con-flitti, ma perché qualcuno si è preso cura di accompagnare senza paura. Educare è una mano di tenerezza e di forza che dura anche quando cessa la sua presenza fisica. Uno dei più nitidi ricordi della mia infanzia è quello di un giorno d’estate sul lago di Garda. Stava esplodendo un temporale come quelli che solo i laghi conoscono, carico di tuoni e di fulmini.

Mio padre mi prese per mano e mi portò sul terrazzino dicendomi: «Andiamo a vedere che bellezza!». Ricordo mia madre dall’interno che si disperava dandogli dell’incosciente e implorandolo di rientrare. Ricordo perfettamente la mia eccitazione, come quando ci si tuffa nei cavalloni, al mare e, se per un attimo non si sente il fondale sotto i piedi, l’eccitazione si trasforma in panico. Ma più di tutti sentivo la sua mano forte che non mi avrebbe lasciato: un concentrato di fiducia che mi è entrata dentro, indelebile. Sento forte anche oggi quella mano, come se l’avessi stretta qui, con le sue dita intrecciate alle mie mentre scrivo. Una mano di quelle che non ti lasciano mai.

Nella vita, però, i continui nuovi traguardi delle nostre autonomie non saturano il bisogno di tenerci per mano, di offrirla e di riceverla, dichiarando la nostra cronica e meravigliosa insufficienza che ci rende educabili sempre. Di mano in mano, dalle multiformi paternità e maternità, alle amicizie nate addirittura tra nemici, alle amicizie che ci educano, ripenso a Liliana Segre, quando ricorda l’ultima volta che la mano di suo padre scivolò via dalla sua e non la riebbe più. Dono grande, poter essere queste mani, riceverle, educare: bellezza, tenerezza, forza, giustizia, verità, amore, sbriciolati nel quotidiano, dove la normalità prende il gusto continuo della straordinarietà della vita.

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