Addio al filosofo Edgar Morin, il maestro della complessità

di Daniele Zappalà, Parigi
Gigante del pensiero contemporaneo, ha cercato di abbattere i confini tra le varie discipline. La moglie: «Fino all'ultimo è rimasto attento al mondo»
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May 30, 2026
Addio al filosofo Edgar Morin, il maestro della complessità
Edgar Morin / Afp - Joel Saget
Il sociologo e filosofo Edgar Morin, figura di spicco della vita intellettuale francese, è morto venerdì all'età di 104 anni. Lo ha appreso oggi l'Afp dalla moglie. Gigante del pensiero con forti inclinazioni politiche di sinistra, è stato autore di un'opera variegata, nota ben oltre i confini francesi, che si contrapponeva alla sociologia tradizionale, presentandosi come una riflessione sull'umanità basata su dati scientifici. «Fino ai suoi ultimi giorni, Edgar Morin è rimasto attento al mondo, agli altri e alle grandi sfide umane che hanno nutrito il suo pensiero», ha dichiarato la moglie Sabah Abouessalam Morin in una nota all'Afp. «Oggi il vuoto che lascia è immenso. Ma il suo coraggio, la sua fedeltà alle persone e alle idee, il suo rigore morale e la sua speranza continuano a guidarci», ha aggiunto. Non gli piaceva rivendicare la propria originalità, sentendosi animato soprattutto dallo «spirito della valle», ovvero la capacità di raccogliere le acque di versanti diversi, secondo un’etica dell’apertura. Anche per questo desiderio d’evitare ogni chiusura, Edgar Morin godeva della reputazione di saggio, ben al di là delle comunità sociologica e filosofica. Da sempre rispettato per la densità, il fulgore e l’eccezionale longevità del suo itinerario intellettuale, come mostra pure tutta una collezione di lauree honoris causa.
Senza tregua, Morin si è sforzato di definire le condizioni d’equilibrio fra la tradizione umanistica e le mutazioni odierne accelerate da «tre motori»: scienza, tecnica, economia. In proposito, aveva scritto: «L’umanesimo non dovrebbe più essere portatore di una volontà orgogliosa di dominare l’universo. Esso diventa essenzialmente quello della solidarietà fra gli umani, la quale implica una relazione ombelicale con la natura e il cosmos». In quest’ottica, dagli anni Ottanta, divenne un punto di riferimento anche grazie alla teorizzazione e promozione di un «pensiero complesso» capace di superare gli steccati disciplinari. Un pensiero incentrato sulle relazioni, secondo dinamiche di scontro, complementarietà, concorrenza o cooperazione.
La parola «complesso», amava ricordare, significa «ciò che è intessuto assieme»: un approccio dunque indispensabile per indagare innanzitutto l’essenza dell’umanità, senza più tracciare frontiere artificiali fra ciò che è naturale e ciò che è culturale. Le due sfere, sosteneva, continuano a nutrirsi e a costruirsi a vicenda, secondo una logica non lineare, ma di tipo ricorsivo. Riflessioni sviluppate ad esempio in Il paradigma perduto: che cos’è la natura umana?, tradotto in Italia da Bompiani. Fra i titoli più rappresentativi del suo pensiero, si possono citare i 6 volumi de Il Metodo, pubblicati lungo oltre un quarto di secolo (1977-2004) e tradotti in Italia da Raffaello Cortina. Ma nell’opera di Morin, l’attenzione non si è mai del tutto scostata dalle sfide più scottanti sullo sfondo, o fra le pieghe, dell’attualità. Un atteggiamento intellettuale pugnace che molto doveva all’esperienza giovanile come partigiano in prima linea durante l’occupazione nazista della Francia. Del resto, prima di quella svolta, Edgar Morin si chiamava Edgar Nahoum, ma il nome di battaglia finì per imporsi su quello all’anagrafe. Era nato a Parigi nel 1921 in una famiglia ebrea con ascendenze che conducono fino a Salonicco. Gli anni della guerra coincisero pure con l’iscrizione al Partito comunista francese, dal quale s’allontanò fin dal 1949.
L’attenzione al presente l’aveva condotto ad includere appieno l’ecologia nella propria riflessione già nei primi anni Novanta, ad esempio in Terra-Patria (Raffaello Cortina), saggio sintetico scritto in collaborazione con Brigitte Kern. Un libro le cui tre citazioni in epigrafe la dicono lunga sull’umanesimo riattualizzato che ispirava Morin: «Occorre ricomporre il tutto» (Marcel Mauss); «Ci servono dei mondiologi» (Ernesto Sabato); «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio). In un’ottica quasi pedagogica, Morin invitava l’umanità alle soglie di un nuovo millennio a prendere coscienza delle coordinate comuni nei destini di ogni popolo, poiché «è attraverso queste prese di coscienza che possono ormai convergere i messaggi venuti dagli orizzonti più diversi, gli uni dalla fede, altri dall’etica, altri dall’umanesimo, altri dal romanticismo, altri dalle scienze, altri dalla presa di coscienza dell’età di ferro planetaria». Integrare punti di vista e modi di conoscere per assicurare all’umanità un futuro più sostenibile e maturo: è il programma onnivoro che Morin si è sforzato di difendere e portare avanti fino all’ultimo, scrivendo e tenendo conferenze. Tanti i riconoscimenti ricevuti, compreso il premio Nonino, come "maestro del nostro tempo" (2004).
Pur rivendicandosi agnostico, amava dialogare con i credenti, riconoscendo l’importanza di forme di religiosità di fronte alle grandi sfide contemporanee. Il verbo relier (unire) è stato sempre centrale nella sua riflessione. Al contempo, fondamentale era per lui la distinzione fra «sopravvivere», ovvero limitarsi prosaicamente a soddisfare i bisogni vitali, e «vivere», ovvero immergersi nella poesia di ogni giorno. Negli ultimi anni, del resto, ricordava d’aver sognato di darsi alla letteratura, prima di sentire che quella non sarebbe stata la sua strada. Nel 1950, incoraggiato da personalità come il filosofo Maurice Merleau-Ponty, entrò al Cnrs (Centre nationale pour la recherche scientifique), conducendovi importanti studi transdisciplinari, con un’attenzione speciale alla comunicazione e ai media. Autore di più di un centinaio di saggi tradotti in una trentina di lingue, fondatore e animatore di riviste, cinefilo ed egli stesso realizzatore di documentari, intellettuale giramondo accolto nei più prestigiosi consessi, in particolare in Europa e America Latina (con un debole pure per l’Italia), Morin resterà, per tanti, colui che non si è mai tirato indietro di fronte al dovere d’interpretare il presente.

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