L’annuncio-choc del capo del Pentagono: «La fucilazione di Nidal Malik Hasan sarà pubblica, in diretta online»
Il condannato è un ex militare «islamico radicale» colpevole per la strage di Fort Hood del 2009. Hegseth: «Che tutti possano guardare». Il presidente dei vescovi Usa: «Cultura di morte che danneggia il tessuto morale della nazione»

L'orrore di un’esecuzione capitale trasmesso in streaming sul web. No, non siamo in Iran, né in Corea del Nord o in Afghanistan, ma negli Stati Uniti di Donald Trump. L’annuncio è arrivato dal Dipartimento della Difesa: la fucilazione di Nidal Malik Hasan, ex militare americano condannato per aver ucciso 13 persone e ferito altre 32 (quasi tutti soldati) nell’attentato alla base di Fort Hood del 2009, potrà essere seguita in diretta online. Pochi minuti prima, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, parlando ai microfoni del canale ultranazionalista Real America’s Voice, aveva anticipato: «Faremo in modo che tutti possano guardare l’evento perché capiscano che per quel tipo di azioni ci sono gravi conseguenze». I toni della dichiarazione rilanciata dall’Alto Commissariato Onu per i diritti umani, tra i primi a reagire, è quello di un avvertimento: «La diretta streaming di un’esecuzione capitale equivale a un’esecuzione pubblica, a una forma di trattamento o punizione crudele, inumana o degradante, e violerebbe il divieto assoluto di tortura».
Il ministro della Difesa si è lasciato intervistare da Jack Posobiec a bordo della portaerei Lincoln appena rientrata nel porto di San Diego dalle “calde” acque del Medio Oriente. L’inciso sull’esecuzione di Hasan, cittadino americano di origine palestinese, ha chiuso il un “comizio” sulla giusta causa della guerra in Iran, quella nucleare, e sui «successi degli Usa in Siria e Iraq oscurati dalla stampa mainstream». Agitando il braccio su cui ha vistosamente tatuato il preambolo della Costituzione americana, “We the People”, Heghset ha spiegato la portata simbolica dell’esecuzione con cui intende punire un «traditore», «un islamico radicale in uniforme»: «Lo faremo giovedì 3 dicembre, proprio a Fort Hood, in Texas, alle 10.00 del mattino, esattamente quando lo fece lui». Compiaciuto, ha poi sottolineato che l’ultima fucilazione militare (c’è voluto il via libera della Casa Bianca perché potesse accadere) risale ai tempi della Seconda guerra mondiale: «In un certo senso, mi piace molto quella mentalità». Incalzato infine sulle richieste finali del condannato a morte e su eventuali richieste di appello, ha tagliato corto: «Non mi importa».
L’esecuzione in streaming di Hasa, 56 anni, oggi detenuto nella prigione militare di Fort Leavenworth, in Kansas, ha scosso il Paese già turbato dal caso della cinquantenne Christa Pike, condannata alla pena capitale per omicidio, sopravvissuta all’iniezione di una doppia dose di pentobarbital somministratagli dal boia del Tennessee. «È disgustoso, vuole imitare le esecuzioni dell’Isis?», ha tuonato il senatore democratico Chris Murphy condannando la decisione di Hegseth. Forti critiche sono arrivate anche dagli stessi repubblicani. «Ripugnante», ha commentato Thom Tillis, senatore della Carolina del Nord. Persino il vice presidente JD Vance ha messo le distanze: «Se mandata in onda, non la vedrò». «Barbara» è invece l’aggettivo scelto dal presidente della Conferenza episcopale dei vescovi degli Stati Uniti, l’arcivescovo Paul Stagg Coakley, che non ha mascherato «lo choc»: «La mossa è il frutto di una cultura di morte», ha spiegato, «che rischia di danneggiare ulteriormente il tessuto morale della nostra nazione». «La parola di Dio – ha incalzato – ci esorta a “non rendete a nessuno male per male”».
Sebbene lo scorso anno siano state eseguite nel mondo più di 2.700 condanne a morte in 17 Paesi, soltanto due nazioni hanno effettuato esecuzioni pubbliche. Secondo Amnesty International, nel 2025 sono state documentate 11 esecuzioni pubbliche in Iran e altre 6 in Afghanistan. Il dibattito che imperversa molto lontano da Teheran e Kabul, negli Usa, è stato tacciato di oscurantismo medievale. Risale però “solo” agli inizi degli anni ‘90 il dibattito sul un diritto costituzionale a trasmettere in televisione le esecuzioni capitali sollevato dalla causa intentata (e fallita) dall’emittente televisiva pubblica di San Francisco, la Kqed, che trascinò in tribunale il direttore del carcere di San Quentin che aveva liquidato con un deciso “no” la richiesta di trasmettere in tv l’esecuzione di Robert Alton Harris. Secondo John Mills, un avvocato che lavora “pro bono” sulle condanne a morte, nutre diversi dubbi sulla praticabilità dell’esecuzione in diretta: «Il terreno legale su cui si regge è incerto», ha commentato alla Bbc. Per Hasan, inoltre, c’è ancora una possibilità di appello seppure con strettissimi margini di riuscita. I toni dell’annuncio di Hegseth, in molti lo hanno notato, evocano i proclami elettorali. Lo stesso Trump, giorni fa, in un comizio in Alabama è tornato a promettere di ampliare la lista dei reati punibili con la pena di morte. È chiaramente politica anche la reazione del governatore della California, il democratico Gavin Newsom, che proprio ieri ha fatto sapere di essere intenzionato a risparmiare la vita ai 563 detenuti del braccio della morte mutandogli la pena in ergastolo.
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